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STUDI
DI
FILOLOGIA ROMANZA
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FILOLOGIA ROMANZA
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BOTTEGA D'ERASMO
VU GAUDENZIO FEUMII. t TORINO
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INDICE DEL VOLUME SECONDA
, NoU filolopdie. pag.
C Dt LoLiJi, Cantica» dt amor a de maUittr di AlToOM d Sabio.
P. IUjiia, Ossemzioni suII'aUM IhIìi^im del eoA. vaL re- gina 14G2.
L. LmuTTO, n eoi^DDtiTO e l'indic&tÌTO italiano. . . ,
L. BuDBU, Nuove eoireDoni a Leu Boto» e Lo Donate. ,
E. G. Pabodi. I riracimoiiti e le traduzioni italiane del-
r Eneide di Viiplio piinut M tÌDascimenta. ... ,
F. Notati, Un nuovo ed nn vecchio frammento del Ti-ì-
tlra» di Tonunaao
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i'y 3.4 AA A 3C
NOTE FILOLOGICHE
I
ETIMOLOGIE ITALUNE
Non sarà altro che borea; notisi infatti come la frase ' che bona ^ equivalga perfettamente all' altra ' che aria \ Sarà allotropo da aggiungere all'indice dei Ganello.
2. Cortina,
Vedasi di questa parola l'etimologia dieziana(£. W.*!^^) e qnelle dello Stono e del Bngge, citate dallo Scheler {E. W. 716). È evidente però che la parola non è che un di- minutivo di eoUre (v. per l'et. E. W. 104), come prova la forma veneta eóUrina. Si avrà la trasposizione dell' -r, ed il dilegno dellM, come in cuscino (non da eulcitìnuui, etH^i- HHuty come vuole il Diez, ma da Cidcitinum, euUieìnum, cuU- rimum; cfr. per fatti analoghi Flechia in Arch. II, 325-62), in tipi^io da «Ipiculo-, in sodo da soPdo, ecc., ove -all'-l precede sempre vocale labiale.
3. Crogiuolo,
lì Diez {E. W. 366) ha alla voce crogiare: < Crogiare lURten, erogioì<a-e dampfen. Solite es zuaammenhàngen mit abd. eJiroic gerOstetes, welches Grafi* IV, 616 nls zweìfel- baft ao&telltP si (oder gè) una gì berObren ?ich z, b. anch im it. asio, agio. >
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U n^M^, Mlk >B AfvmffiiK '.£. IT- Tur . k> >lk «".^ir ffi^Mflv'. < Climi» gì Miri xn Ab- wifcmEniiiyyg. £e ^n> «« mMWWW IKd. «. t. om—r amptfftftiW muli mA oiU. >>'ii'«^ fi.iUl kriuuf: ■■iiiMiiiii.iiiiliilTIl àudw. S. EODfim:<l M '>n«niM 'h Wa. «, T, ijnnav. mifli ILòan an 'OTiiart. «-o lUiA vi)r«*:jbrt «l«t. <yweiilrf— 1 alfe ifie ^nelt <ìbr ìna^cs- 4^ vHiUir km^xMit-Ijl «ini. • A bk ^mit «ftav ns^td i^lfiui «tdMA UAfMM o haaeo. a pmn ifin a qsete tocì Mh'mì^mt bhna. D lissré deriva b «^ «r^wiil» Atl bt.
■^.■n •isra a3a<» cke eb *^ ■■■■■— —*- ddia tsmAb iw^rra (usiv dai kttaaitL
&*x!na patir « ciiaio cfe I9 fp. ctwm& e TiL «w-
f.-:ì* «sfoe» Ksir fte»» «Vee»: 3 ^^lulLr taù fo- -^ir cu £;<:iirtki» ht. '(rvruMoi. oa<M in TroiiuLna rrmnii» per
*p. ì. K.-w» a^"tj. <«•*. <>3(stt» Luào (nvMÌdw à c?q- u«4lKù. $.>irw p<ef ^x ùwmxitS? 'erwriitm. cai toW cnt- iiA/v: i,».>t;k là ^"«fir p^ù&au « Jix tmÈnK-r > * 3 ■liiìl 1
1 '■•.■M»ì,- si c%Ktt:3'MTà »,*ìrà, ■Tf/in'vr 'r $aià «me* <■«». r w>V «'is* JkH Wji •.U-ii %u / il 7 Ès fiowEÈ»»'; <>*»'»'■■» ff ^•^v<^ K-JiM^V 'iw 'f-wi/fUAV. Lk 3. cnmM'f raiv rùa ■■ «timo
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NOTI FILOLOOICHX •1
Del Inc^o citato tesse coat la storia di fibi^a in parecchi dialetti italiaui: < Yob fibuia, fubtla, fidt'la piac, /utbt'a, gen. fabhia, bresc. bei%. fòbbia. Dann nm einen Schritt n-eiter /ìtMa fiaba tea. tir. fiuba, frinì, fuibe, romgn. fiobba nebea den Terben z. B. fìial. ii^iJtà romfpi. afitibc >.
Però ehi doq s' acqueti a qaesta mntaa metatesi voca- lica, cVè nn fatto assolutamente inaudito in romanzo, può spiegare in altro modo i continuatori di fihula che hanno il riflesso d'un ti nella tonica. Prendiamo il veneto, (e quel che si dice del veneto può essere in questo caso esteso a tutti gli altri dialetti); in veneto accanto al nome fiuba vive il verbo titubare. Questo verbo si spiega naturalmente da ij^nlare per le fasi legittime infiblare, infuUare, in- flabare. L'i s'è fatto w, perché atooo seguito da labiale (1).
Sul verbo cosi modificato si forma il nome; da itifiubare è dedotto .fiuba. E lo stesso dicasi di tutte le altre forme che il Mnssafia cita.
Infatti, come farebbe il Mnssafia a spiegare colle sue tm.sposizioni di i e di u il veneto si^io^=sibilus? Invece SHÒÌo è desunto da siAiarc, eh' è il normale continuatore di slìfilare, come sigolo è il vero continuatore veneto di sibilus. Ora fitAa : it^tuhare =■ svbio : stanare.
Quanto poi alla voce stipula, non c'è bisogno di ricor- rere a metatesi vocaliche per ispiegare le forme ove appare nella tonica il riflesso- d' nn ti latino. H latino stesso pre- «entn le due forme attqìula e stipula; dalla prima è Tit stoppia, il pr. cstoble, il fr. ciouble, il picm. sirubia, Ìl sardo istuiu, it gen. atutjgia, ecc.; dalla seconda il fr. élculc, il pad. vie stéda, il ver. strèpala ecc. (2).
(1) Lb Bontà (Z, n'.T«)danm ipto^re «ai 11 (r. mf/ttHir; tuA al iplBcam le «Mn Kiim* dUta dal Du (S. H'. Wl). Benlildna ■gxiniigsra It prov. afuUar.
<4t HDD da/tiili DB d> -fUiUa derireri 11 uUUi» JfnNi (efr. sii. l,Mlf\ ck* n Dua(Gr. I, MI, b.) annoccn fra |ll shoii» di > aWdwo di/, nnos dkjndla- derlvoianut-Ten. e.w)B-«. illn(in«Brmlo\ eh» mri .«mijdu dlfl •mclo^f (ftr. iiiK ^= f<um;IMif,lifaiM, DM, eie), fanumsuo fbs lu «in q orila otilauo luolU r»K- purll di koudglEipxL
Digli zodBjGoOgIc
5. Fromba.
FronOfa equivale nel eognificato « fitmàa, ma non etìmo- logicamente. Fionda è da funda con l inBerto nella prima aillaba: per ispiegare fromba bisogna ricorrere a *fmdib»- torio-, fun^bìdario e, sempre con I inserto e poi disàmi- lato, fromholiere. Da frontiere è estratto il nome from- bola, e da frombola, preso come diminntÌTo, fromba {l).
6. Goffo.
Il Kei {E. W. 1C8) deriya i/o/^'o da xofic. A parte la mancanza di ragioni storiche che giustifichino il grecismo, r etimo ben si conviene al significato della parola italiana. Ha il Ten. jh/o vale ' incurvato leggermente della persona '. Sarà qnesta parola la stessa che goffo ? Io lo credo; e credo pure che il veneto sia il significato originario della voce; perciò cerco nn altro etimo. Si suol dire che l'it gobbo è da gibbHS, e presenta eccerionalmenfe un o = i. Ma veramente U parola ìt. deve continuare una forma arcaica e popolare *gHÌtbMS, immane da quel processo di assottigliamento (2) che portò tanti h latini ad i (cfr. hibfty libd, ecc.). Data questa forma gab-ins, ed amme'^so che in essa gub continui un'originaria radice gitdh (d'alb'a opinione è il Vanicék {E, W.* 85, ma il Van. erra anche nel fissare un origi- lUtrìo gii), non si può forse credere che allato od essa vi- Tesse una forma, nella quale T aspirata fedelmente rì con- tinuasse, come in ruftis accanto a raber?
Ecooeì ad oa ipotetico *<?n/W$, dal qnale l'it. gt^o, il Tf n. flw/W, Msf. (ft).
ft-M-*tHu l'-àMi-n, JDwKfc ft la |«-t«f« tW-— ^ M ». 1)
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7. Guaresta.
Ognim Bft come la Toce, propria dei dialetti detrAJta Italia, gresta, significaiita ' ura acerba ', derivi da agrestis. Or è curioso dì riscontrar forse lo stesso vocabolo in com- ' posizione nel fior, gitaresta, significante ' Bf>ecie di ara aspra ^ ch^ io deriTerei da {vi)nea agrestis.
8. Cro^in.
U Diez {E. W. 376) cita il gr. ànP^ ^ propone dub- biosamente l'etimo (vc/'J^o^iki. ' Nessun accenno a questa voce negli Allotropi del Ganello e negli Studi del Goix. Mi pare che porti na etimo ìfoiviot il De Mattio nella sua Gram- tHtUiea (che non ho e non posso citare). Sarà veramente da (vei-)ffOffita. In&tti notisi come in molte città la gogna sia detta ancora ' pietra della vergogna ', e poi osservisi come la &ase che in ven. suona fare la sgogna ' fare le beffe ^ (come solevasì fare ai rei posti alla gogna), suoni in nap. ed in sic. fare a scuoncica, parola che presuppone una più semplice * scwmcia, che pub derivare soltanto da {cere)eumlia. Vedasi per -mli dc = nei Ascoli in Areh. II, 149 n.
9. MuUttaire.
Dice il Flediia {^Aràt. II, 8) che < midinare, significante medUare, fantasticare, anziché venir da mtdino, sta proba- bilmente per murinare, nato per metatei^i da ruminare >. Ma troppo evidentemente in questo verbo, formato su miu- liaa, abbiamo le stesso trapasso ideologico che in macchi- nare (utaehiita = taacitta).
10. Scemo.
R Diez {Gr. II, 138 a.) crede che la voce aceiuo sia un paitìdiHO abbreriato in luc^o di scemato. Al contrario Ga-
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nello {Z. f. roin. Fluì. 1, 511) sedendo Io stesso Diez (E. W. 2S4) pone scemo ■:= semis. Ha resistenza d'an a^et- tJTO ìfitàao sanus è attestata da nna glossa di Filosseno: < seiHns=:-^-avòi > (cfr. Bréal, Les tablcs. Eugtibines, alla voce acniu). Da questo aemus l'it. geemo, il pror. sciu ecc.
11. SeotiAieeherare.
Deriverà forse da eotiseribSlarc per le fasi iaterinedie * coascribcrare, * aconerSterare, * seojuJiihcrare, scomWc- chentre,
12. Tribù.
Che tribù sia parola lettowia, immediatntncnte driÌTiita dn4ribus, non è alcnn dubbio; infatti è troppo evidente die trevo, trCffO sarebbe stata la forma popolure (eh-, séco, svt/a da schum) o, con assimilazione della finale al frenere, trvca, trrtja; ma si può domandare, perché questa parola cbe i dotti trasportarono dal dizionario latino nel nostro, da una parte non vi si sia adattata secondo la legge d'adattamento dolle dff inenze latine all' ambiente italiano, per la quale -us riducesi ad -o, e dall'altra v'abbia subito uno sjwstimiento d'accento, fenomeno che, ntro in parole popoliirì, in parole d'origine letteraria è rarissimo: mostri insomma dn una parte, guanto alla finale, straordinaria tenacità, dall' altm, riguardo all'accento, soverchia ed a prima vista ingin^ifi- cata arrenderolecza dell'elemento latino.
Trova subito U spiegazione dei dne fatti, che sono solo apparentemente in contraddizione fra loro, chi voglia badare alla condizione in cui dovettero trovarsi j primi italiani che Tollero usare il latinismo. La rìduzioue uatunile e le- fpttima di trìhiis a iribo era loro impedita dal fatto che il genere della parola veniva a trovurn in discordia col colore della fiunle, ed il solo escniplarc italiano iu cui quelita di- pfordin si noti « In ninno s, essendo apjiunto iiu caso isr»-
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KOTE FIUH.OaiCIIX 7
Isto, DOn STen fona uuilc^ea sufficieiite a gìiutificue il naoTo esemplare < la M&o » (I).
Potevano adattare la finale al genere, ma ona desinenza io -a avrebbe di troppo aUontanato la parola dalla forma latina. Non restara altro cbe t<^lier l' ^ e dire < la tribù >, forma strana però, ripugnante all' ìndole italiana. £ a qae- sta decisione ì primi naatoii della parola, pur riluttando, saran Tenuti; qoand'ecco alle loro mentì balenare i riflessi italiani, apparentemente immediati, di virtus, Juventus ^ ecc. virtù, gioventù, ecc., (2) e tribus collocata, non nella sna ra^one morfol<^ca, ma nella esteriore coincidenza della soa finale, in rapporto con questi, Tiene per essi a fissarsi nella forma tribù, che sola può m pari tempo Balvare ì di- ritti dell'etimo latino e dell'ambiente italiano.
13. Zatta.
Non da *ptatta come Tuole il Gaiz (St. ^et. 173), ma dn stìahi 0 stlatta. E sarà forma prettamente toscana.
II ETDCOLOGIE VENETE
1. BQtiare.
Sibiare ' essere incerti , indugiare ' da * Inviare formato Bu (irt'tnn.
2. (ertola.
Ceriola (la Madonna della). Come le tocì corrispou-
(1) KoUid ob* Suto lUii la lii^, mi U prapoiU dulaK« bud piacque, a U (OnuB UDD lUeohi.
(I) Pn l'orlslue di UU rurme ledi qaeUo clw l'A«cou oocm laHU acnsU In
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denti Canddora, Ctuideìara e tr. Ckaadàeur scendono dal geo. caaddarum, * canddorum, così la voce citata avrà per etimo eereorum.
^andda ' lucciola ' da cicindela. Altro nome veneto della Incciola è hatigesda-^* baUisdiee.
4. Gwieèga.
Gaìitèga ' ^zzoviglia ' da * gaudiatiea per le fasi gaìsa- dega, gaueadega (per au = an cfr. Caìz, Sttidi ^ etim, p. 1, e eeg. e vedi fenomeni analoghi in yen. pomare^pau- sare ecc.)i gnneóega, garucga. Cioè -o/tco scende ad -óego, -ego, come in sidvègo = selvatico, (cfr. goszoei^ia da gau- dibilia secondo il Gaix, o. e. p. 28.)
5. Gestra.
Gcslra, voce nist. ' famiglia, rozza \ da gesta, fr. ge~ ste, e di-, la salita gesta di Dante. L'epcnteHi dell' r è nor- uialv: cfr. note a ~»Kitte in Arek. ^oU. I.
6. Lugia.
Ltigia ' scrofa ' da iHìtvies. Cfr. ìoja presso Caix, o. e. p. 32.
8. JUca.
Jtlètt (nella frase < irar a mèa > ' tirare al proprio de- siderio ') da wrta.
MfiJÌ>ia {ni. ee. nella frase « malbìa cJù Io tx>ea > ' gnai a chi lo tocca ') da iitalc aìAìa con a tonico dileguato in virtft della proilisi.
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HOTB PlLOLOaiCflE 9
9. Natpersega.
Naspersega (fratto bastardo ohe nasce dall' innesto del- l'albicocco 8ul pesco) da nueipersìeut» che il diz. laL attri- buisce a Marziale , oppare più sempliccmeate da nux persica ; cfr. fior, pesca noce.
10. Oafegare.
Onfegare "" ungere le^ermente ona coBa ' da * uHdifìeare.
11. Pèni.
Pèca ' orma, impronta del piede ' da pediea.
12. Firare.
Pirare 'stentare a fare una cosa' da pigrare. E no- ti^ come questa voce appogi^ l'etimologia dello Storm {Ardt. IV, ^y) perU(are=* pigriùare.
13. Scanio.
Scunio (dicesi dì cosa consumata, sfatta). Part. di un nn verbo, che non esiste, seutùre da *exeonderc. Per l' as- similazione progressiva ndi := niii vedi qui appresso sjìanire e cfr. ven. sinico ^ sindaco , sMìko;.
14. Spanire.
Spanire (dicesi dello sbocciare dei fiori) da *ext>anilvre: cfr. qui innauzì scmilo e redi Dìez, Gr. I*, 219, ov'è citiita uoa forma di ant. fr. espanir.
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15. Vt^m.
l'nfni (dicevi ià tcnm ìseoltK, bob buì dksodata) da nVilM. n £x. I»t & a « ferra ray» > il thIotc dì ^ terra ÙK«Ìtk \ £ j»i» pnnwo ««aqMO di fivuB ntunìnaiiTale 4k i^iMi««» i«lì «hxì dutì UT AsmG ìa Ank. II, 4-SÌ-8.
Mnv dtfìl'tt&nabf. T/'^iMaK^aì ^ frit^-éiema^^ «d è ps- Ctda tiwtatuk ttxll;» (i>wiÌ3SBB?iw anetràcs. Bote^nde sopra- «tiKt» ^ tttoiM ii«t $it>» «ÈiS&utBmn al k»>«o «HUcnte, ore »^4^^ni^^ viNtt'<teft menni» «&» Bvmnàìs*. aO» categorìa
ir.
.uiN/Mxi .-Il ^' atiintftar imiM con piopocxnntaka qaantità
ài Citfl '^ .1» * .VIHfMMa'titfV. Sii 4 «UBuIusJa <W BCHl mì
mw «vmk^ iitiEi^ >]iiik>n» X ^tù^itiui 9vìl* turum iMT etimo ..«»(*«»**» v>. ^SìImvhiu ?•>.«»..>• .«t iVtril JHw£. f&Oa «ttì
■. ■,.«■..1.-, ■■.',^ .•(.•.M .la «(fuM> H<ìt'. e»i :i :>uiv jù.-m.
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.^OTE FILOLOIiiatE 11
A me pare che la seconda forma esiga un'ultra elìiiio- logia, anche per qaeWdluiit che non so quanta vitalità abbia arato in romanzo. AqHende=ccc{um) ««fc^it. quimJÌ (come aveva già notato il Diez E. TV. 424); allcìide, per una falsa connessione etimologica che il popolo vide fra aqHCììàe ed aqiù, sarà forma desunta da alTi e formata su agucndc. Cioè : aìlende ; aSi ^ aquende : aquì.
E notisi la fìrase spagnola aUende y aquende ' di qua e di là'.
2. sp. ehapuear.
Il Diez {E.W. 439) è in dabbio soli' etìmolo^a di que!>ta parola. DerÌTerà da * sub-puieare; e cfr. ven. stra}>ozto ' tuffo ',
•ì, «nt. pori, erfio.
II Diez {E. W. 447) propone per questa parola, che equivale ni nostro ' tranne ', l'etimo praetì-rquod, ma. egli dice < die iibkurznng wure keine gewohnliche >.
A me puro die si possa vedere in qaesVergo l'equiva- lente etimologico dell'italiano frtoreìic^foris quod. E vero (he il port. non conosce il dileguo dell'/* iniziale, che lo spitgnolo ama; ma, badisi, foHs è appunto quell'efcmiihirc che mostra il dilegno dell'/" iniziale in altri ambienti ut» normalmente ì'f è tenace, come nel francese (Iiors) <• nel romaiieiu (or). Cfr. Diez, Gramiu. I,* 263.
Il culitriimento lìuìVd radicali; ìu /r, estraneo al jmrt,, i- Kpicirutu dalla proclisi.
4. sp. arguir, port. crguer.
Il Diez {E. ir. p. e.) deriva queste forme da rrif/rrr t niit scltner behaii'llung des g;itturals>, e nota un' iiltra forma ."p. rrrpr.
Kixcr deriverà certamente da eriijere o, per dir meglio, sa.Tìi infinito formato sidle forme dui presente die hanno la g paUtiuu, come il nostro ergere è formato su triji , crijc;
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12
er^ur ioTee* sui foniuio siiU& prìms er'go. E cosi il pori. apiur. £ M si oppooesse che nd porL, per ^aà verbi sul tipo di eriga, erigis, in cui la 2.* e 3.* p^^ del prae. di^ ferÌBoono dalla prima non Bolo per V esponente della persona, ma anche pel carattere della consonante che lo precede, la. 2.* e la S.' pers. hanno agito salta prima costringendola ad accettare il loro modello (c&. D^Oridio, o, e. p. 38): onde Terrebbe ad esser tolto, non esistendo la gutturale nella 1.* pere., il motìro aUa produzione dell'infinito ans- Ic^eo; à potrebbe collo stesso D'Ovidio (L e n. 3) osser- vare che forme gutturali fecero capolino nel pori ant. A. queste ai lega arguo' (1).
5. sp. htmvMe.
Sopra troppo scarsi e discutibili esempi ( v. Gramm. 1, 338 ) si basa il Dìex {E. W. 46Ó) per ammettere in questa voce rintruBÌone, dovuta a ragioni semplicemente fonetiche, d'un d dopo l. Sarà invece forma analogica, focata sopra liumil- àad, ove Ìl d k legittimo.
6. sp. poeima.
II Dies {E. W. 477) deriva qaesta parola dal gr, nttsfi*. Deriverà invece da &k&Ci)>a, come l' equìvaleute itoliuiio boz- Mima. Cfr. Canello in Arch. ffiott. IH, 391.
7. port scprar.
D D'Ovidio {Gramm. pori. p. 14 e n. 1) deriva il port.
(1) 1 propnllo di iIbDI (Dnw rB'IDnlI. B'on ««Mmn mu a». Con» soto a S'Ornai) (L 0,0.). lo lUlUBDl-tbttBOIiMaU'ilUlrudK aTvlnw lo /■«•, /lyi' ba ^ialo ■ Oln fiiffù. HM MB., l»aaè di •fMfgtt, • ,hI* ecc. Tenendo eonto di qncita ai*Dtk,(J pab fona iplagar* ■& pisUn» cbc 11 Dtoi son ha beo rliolnto : lafencal «•ira. ntteMn (ofr. Disa, Omwr. n, lED n.) È ani» dobUò da mithicirt, na DOS «nUuMBU. I« aarte arrVurh, nitHCi, eniua al aati mMlUlnta, pel iwtalo UMcno daU'altalaiia. DaU'altn aaiun, miHd, aciiMi. So gnoaU aeric, coutiibanda raaslofla dj tiuttrt, al tartan l'IsllBila.
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non riLOLeGicBE 13
soprar da SHfflare e confronta per il p da /" il bolognese soppiare. Si tratta invece d'un rero p latino; che non da infilare ma da obsu^are hanno certo origine le dette forme, a cui dereei aggiungere il ven. supiare,
8. 8p. vedija.
Non da «eOm, come mole il Diez (E. W. 496), ma da tiiiada. Equivale esattamente, prescindendo da! genere, all'italiano vitieeJiio. Dal significato latino di ' riccio della vite ' la parola fadlmente passò a quello dì ' riccio di lana , di capelli '. In it. accanto a vUiecJtìo si ha viticeìo , con suffisso untato.
IV
VOGLIO, SOGLIO, VOLGO, SCIOLGO
Giustamente osserva il D'Ovidio {Gramm. pori. p. 38 n. 3) come le forme dì pree. it. in ~go non etimologico siano promosse dall'analogia delle forme di pres. in -go etimolo- gico. Forme qoali. soi^o, v<dgQ, dolgo ecc. devono il loro -go a qnelle ove tale terminazione 6 legittima; srcìgo, colgo, nigo ecc. (1).
È ledto però fare una domanda: perché i due soli pre- sentì di volere e solere non hanno obbedito a tale corrente analogica, ma hanno conflervato inalterata la loro forma eti- mologica, voglio ^^*voleo (2), 8oglio^= soteo?
(1) n D'Ovidio non oatenftixnB* 11 loiiUnUTa f hh^ (/»/. EC, 1) iotttK it patiin ■l* BaopIsHBo duilawa, ditCRBinato dilU tìbu, et» lUcRlUlmiiDonM piodxiut l'iv- Tnttawnto del lumUcllaia «lyii* .- rtHjt, ces. pcc
11] A yrapoalla di ' teln. Don t «alU U toni» IpotalU» di 1 * pn*. piar. ' i«- tninf, eka porta II Dna (Or.n.lM g.) per dir ngltn» ttìì'll. •aoliaiit. I'<ij*i0ii« i fonu ■salosick eonlata *a [(^fg, a eoi t tnliu>Uqa«Us*flltl» ehdu talU i pTM. It. b diffennla U *■• piar, dsllft I.' glof.
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14 B. MlBCEBStKI
La risposta è facil« : per non confondere voglio con volgo « 80(fiio con sciolgo ; e se la spiegazione della seconda forma di 1.' pers. sembrasse troppo arnschiata, e s'opponesse che la forma ind. prea. normale di sciogliere e l'analogica di aoUre abbastanza si sarebbero distinte pella differente pro- nanzia della consonante della radice, allora si potrebbe dire che salvò soglio an tal qnale nesso simpatico di questo verbo con vogiio, determinato dalla condizione di servilità in cui ambedue ì verbi in latino ed in italiano si trovano.
E poiché si nominò voìgo e sciolgo (1), si può fare nn' altra questione. Volgo muore da volvo, e sciòlgo da exst^ro; or perché le forme di 2." e 3.' pars, pres, volcis ed exsohis non Hon trattate, sotto il rispetto fonetico, allo stesso modo; ma vólcis dà volgi ed exsolvis sciogli? E tra volgi e sciogli qual'è la forma che continua puramente la tradizione fone- tica? E se sono analogiche entrambe, qn&li potenti ana- logie aiprono a divìder le forme di due verbi originaiia- mcnte stretti da tanta forza di vincolo aniilogico, quant'è quella che si sviluppa dalla rima nella 1.* pers. prcs.? Che sciogli e volgi siano forme analogiche, è fuori di dubbio; ' volgo e sciolr/o derivano foneticamente da voh-o ed cxsdlro, come anche il D'Ovidio crede (1. e), ma né tvlgi nù seioi/ìi possono ri H petti vomente derivare da volviSj exsohis.
Sciogli, sciofflir, scioglianio nccimto a sciolgo sono pro- dotti dall'analogia dei pren. in -ìgo, come cof/li, cogli'', co- gJianio, accanto a colgo. Ma perché, in virtù appunto di quest'analogia, rolgo non ha avuto forme quali *ro^i, *ro- ^ic, * vogliamo?
Perché tali forme si sarebbero troppo accostate alle cor- rispondenti del pres. di volere: anzi l'ultima pì sarebbe con- fusa colla sua omologa. Le forme del pren. di valf/crc rifug- gono dal confonderei con quello di rohre, come vedemmo que.'ite fuggire nella 1.^ pers. quelle; e lasciau^i attrarre dalla maggiore analogia dì tutti i prcs. in -go etimologico
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HOTB FtLOLOOICU
preceduto da consonante, che tntti (tranne quelli in -igo) hanno nelle dette forme la palatina: ergo, ergi, erge; ungi, unge, ecc. ecc.
V IL GHE LOMBARDO- VENETO
In una nota del suo recente studio sai Pronomi per- sonali e pOBsessiTÌ {AnA. glott. IX, 79), il D'Oridio, se- guendo l'antorìià del Flechia e quella dell* Ascoli, afferma riwlntamente che la forma pronominale proclitica ed encli- tica glie del lombardo-veneto corrisponde etimologicamente alla fior, vi = ibi.
L' illustro glottologo, a conferma del trapasno di v, seguito da vocale, in g, necessario per iitpiegare l'equazione ibi, iti = glie, porta esempi lombardi di v iniziale fiittori g: quindi, fatto osservare come il v della forma citata tanto più facilmente passasse in g, in quanto si trovava, per la giusta posizione con altre parole, ad essere spesso tra vo- cali, porta altri esempi lombardi di v tra vocali =.7; final- mente trova una splendida conferma alla sua dichiarazione nell'uso enclitico 0 proclitico di nna forma pronominale sarda bi.
Cosi gli esempi lombardi, come il parallelo mirdo a me pajono illuHOij.
Cominciamo dai primi. Per v iniziali fattoci g, il D'OWdio cibileforme lombarde (/0Hi<r^:=r'>»i/Vo,^?2"(=osa*'P, ed AhcoH, Slvrì. erit. I, 29 n. In ambedue questi csempj (ai quali rì sarebbero potati aggiungere i veneti gomito e ff'Ai>r<. = voìim ed altri), come pure negli esempi citati dal Salvioni {Fon. <1d di(d. mod. ddla città di Milano, p. 210), si ha vera- mente il fatto di g- = v, ma, badif<i, sempre dinanzi a vo- cale labiale.
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16 B. MAKCBISWI
Per V tn vocali biliosi g, il D* Ovidio tnta le forme lom- barde uga, pagura, regoìzà. In questi esempj (ai qnali avrebbe potuto ag^migeie i ven. spago, se veramente de- riva da pavor, di v primario, 8Ìgolo= sibilo, certamente per l'intermedio *ait>do, di v secondario, e gli alteri allegata dal Sslvìoni, o. e 212), sì ba ancora il fatto di v primario o secondario cbe diventa^, ma negli ambienti vocalici ttHi,a-«, e-0, a-o, i-0; e per gli esempi del Salvioiii é-o, e-o, oltre i citati: dunqne, in tutti i casi, quando preceda o segna vo- cale labiale. (Vedi pel genovese Arch. II, 125.)
U trapasso adunque del v iniziale ed intervocalico in g, frequente nel lombardo, rorisBimo nel veneto, è sempre pro- dotto dalla vocale labiale, nel primo caso seguente, nel se- condo precedente o Bruente la conaonante. Come potrà danqae foneticamente giustificarsi la derivazione di ghe da dn, ove, se consideriamo la forma piena, il h fattosi g tro- vasi nella ponzione t-i, se coninderiamo la forma tronca, trovasi seguito da », o tutt'àl pia da e?
Ed in qneet'oltimo caso, notisi cbe nemmeno Taso della parola nella fìrase può aver dato luogo al frequente trovarsi d'tins tal vocale dinanzi ad es^a, cbe producesse, per Tato- nidtà della parola, quella posizione vocale labiale + v + eon- sontutte, onde vediamo derivare nn caPO di v=g; pcrcbp questa posirione è, notisi, »-a {Hi/rj), mentre invece nel no- stro caso si può avere tutt'al più o-r. Rimano il paral- lelo sardo.
Ha il bi delle forme sarde citate dal D* Ovidio, dahilu ' d^lielo ', 6(7 Uopo a narrar ' glicl lio a dire \ deriverà vera- mente dall' ibi ? Prima di studiar questo, voglio ancb'io avan- zare nn'ipotesì intomo alla derivazione del gite in questione. Ed è, in poclie parole, questa. Giustamente nota il D'Ovidio che il ^tc ba le funzioni stesse del ci avverbiale toscano, e bene deriva il ci da nna forma avverbiale ccc'hic (p. 7S). Ora, tenuto conto che, per colpir giusto nella derivazione di queste piccole {larole, bisf^rna aver rìgnardo al loro si- gnificato avverbiale (dal quale il pronominale si svolse), non si potrà forse a buon diritto credere che Ìl ghf derivi
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MOTI moLOOICU
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da nna composiàone avrerbiale affine a quella che prodiiH^e il ei toscano, dalla composizione avrerbiate eccu' hie =: tose, qw? Nel ven. il qui suona ki; come nella posizione enfatica d dice mi som li:=(io sono qni), cosi nella posizione pro- clitica si sarà detto mi H son, U lei ài (ta ci sei) ecc. ecc. la tutte queste troBÌ il Jb' si trovaTa atono a precisamente protonico tra la fonna verbale e la pronominale ; il ifc ve- nin dunque a troTarsì (eccettuato il caso del pronome di 3.*) tra Tocali; cosi, seguendo la sorte di tutti i it in sillaba disaccentata lombardo-reneti, sì sarà attenuato in .'/. Da ntt ki son eccoci a mi ghi son. il ghi poi sarà diren- tato ghe per quella stessa ragione per la quale tutte le protoniche lombardo -Tenete in i anche Inngo volgono ad <■ (t. D'Ovidio p. 74).
Ed eccoci all'esempio sardo, unico sostegno ormai restato al D'Ovidio, che tento di rivolgere a mio vantaggio. Perché anche nel b del bi sardo a me pare si possa riconoscere la normale trasformazione (in territorio logndorese, e Tesem- pio del D'Ovidio è logndorese) di un qu originario (v. Ar- ci*. 11, 143 n.). Co4: sardo &t = fior. qut= ven. (flic.
PERFETTI E PARTICIPI FORTI ITALIANI DI FORMAZIONE ANALOGICA (1)
A) Forme analogiche di perfetto promosse dal participio,
I. Pari, in -so, perfetti in -ni. fl) Verbi in -dert. [Azione parallela del parL e dell'infinito, sui tipi: ri- dere, risi; rodere, rosi, ecc. ecc.]
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1. cecidi j veeiso (occìbob) tieeisi
decidi - portati da dedso (decisns) ad decisi recidi ^ reciso (recisas) recisi
b) Verbi in -ndere.
[Azione Bempliee del participio, subordinata ai modelli del tipo antecedente:]
1. accendi ì . acceso (aceensos) accesi incendi ) ^^ ^ inceso (incensile) incesi
2. defendi j . difeso (defensos) difesi offendi * P**^*" °* offeso (offensus) " offesi
3. fndi portato da /mo (fìisns) 'a fusi
4. BUnpendi portato da sospeso (euBpensos) a sospesi
{appesi, vilipesi)
5. prebendi portato da preso (prehennns) a pr€£f
6. ascendi i , ,. , asceso (ascensns) , ascesi
7. renpondi portato da risposo (respon-sum) a risposi
(1) (Tedi § Vili) 6. tetendi portato dn teso (tensus) a irsi
II. Part. in -sso, perf. in fssi.
[Modello: eessi, cesso.']
1. misi portnto dn messo (missaa) a messi (sporadico)
2. fidi portato da fesso (Sssus) a /c8<' (id.)
3. scidi portato da scisso (scissus) a s'eissl
IIL Part. in ~rso, perf. in -rsi.
[Uodello: arsi, arsoJ]
1. converti portato da converso (conTerans) a eom-ersì
2. momordi portato da tttorso (moreos) a morsi
■r nurbl qnelU ^I partlelplo.
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lY. Pftrt. in -nto, -rto^ peif. in -nsi, -rat.
[Uodelli: unsi, unto; torti, torto.']
1. papogi portato d» punto (pnnctas) a punsi
(piinzi già nei comp. Ut.)
2. redemi portato da redento (redemptns) a redensi
3. sperili 1 . aperto (apertoa) hA^P^^' coopemi \ P* coperto (coopertos) copersi
S) Forme analogiche di participio promoMse dal perfetto.
I (t. a U). Perf. in -s»i, psrt. in -a$o.
[Ifodello: eessi, eesso.] 1. Tictam portato da vissi (tìxì) a visso (are.)
II (t. a TV). Perf. in nsi, -m, part. in -^fl -rio.
[Modelli: unsi, unto; torsi, torio.]
1. pìctns portato da pinsi (pinzi) a pinta
2. fictns portato da finsi (finzi) a finto
(fi^iés è già in Terenzio, Ikn. 1, 2, 24).
3. mnlsom portfato da munsi (1) (mnlsi) a munto
E qui si pub &re una questione. Perché da stritujere abbiamo soltanto sporadicamente striato P Qual forza potè impedire che questo verbo obbedisse alla fortiaaima analogia che seguirono i verbi succitati ? Certamente il valore anche d' aggettivo die ^r^o ha , in quanto s' oppone a tarpo, venne a porlo quasi in una condizione isolata, sottraendolo agli attacchi dell'analogìa. Aggiungasi a questo T azione eser- citata dalle forme consanguinee, tutte prive delPn e popò-
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Diai.zodBjGoOglc
20 B. MIRTHMKI
lari: strrUii, slretifszn, strettoio, ecc. È vero che anche />/'»- gere ha pittore, pitinra, ma «od forme dotte; le popolari sono pintore, pintura. Fingere ha fiitiro, fitlitio, fteioìie, forme anche queste erìdentemente dotte, e perciò tardive ed inefficaci; fituione è il lat fietio, ma con l'n intnii^o per l'opera stessa del participio. Vincere (t. § VI) ha soltanto vittoria, che è parola dotta; popolare sarebbe vittoia. 4. sparsQs portato da «porsi (sparsi) a aparto (ar&)
La m^giore analoga arsi, arso ecc. voleva Petìmoli^ro sparso, che infatti s'è mantenato; accanto ad esso è nato sparto pei r onalogis d^Ii inf . in eons. ■+■ gere o mns. •+■ cere , cioè di quelli inf. che hanno il pres. in ~go {spargere, spargo), i 'quali hanno tatti il perf. in -io. Vedi infatti torca, tor~ cere, torsi, torto; vngo, ungere, umsì, wiito; piango, ecc. ecc. Ha sparlo mena debole vita, e sdo la tradizione poetica lo conserva.
C) Porrne analogiche di perfetto e participio promn^^se dall'infinito e dal prediente.
L Perf. in -si, part ih -w». n) (.T. A 1 a\ Verbi in -Arr.
1. nssìsi axniso
2. iìitrisM iiitrisn 1 1 ) a. frw=r (Piiiy. XXXII, 32).
fornui i-.4^]uta. che a Diuite e^^torse la rima.
h\ (,T. A 1 h\. Verbi in -nrfcrr.
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J
NOTI flLOLOGICHZ 21
( ascosi \ ascoso (1)
* ttoseon ì nascoso *■ * " ■*
2. resi reso
Ma spalliere fa «patito, perché subisce T aDalogia degli inf. in -an-i-eoits-i-ere: piangere, pianto: frangere, franto, ecc.; e nolinsi anche le conneseioni ideologiclie con spargere, di coi abbiam visto sparto.
II (t, a II). Perf. in -ssi, part. in -esso.
1. (M<U«I fMOSW
Viceré, vissi, niiico tema Terbale in v, (piovve impersonale lia poca efficacia analogica) pTÓmostse la forma mossi di tHiiocere: su tHoasi si foggiò ni0550, pel rapporto cessi, cesso; e ricordisi l'are visso.
III (v. A III). Perf. in -rsi, part. in -rso. 1. persi perso
Pel frequente ricorrere delie finali -rsi, -rso in perf. e part. di temi in -nlei'c, assumono il -si, -so anche peri, e part. analogici di inf. in -ntere, -rere.
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2. corsi corso |
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V eersi ''• ' scersi |
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4. parsi (are.) |
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IV (v. A IV). Perf. in -nsì, rsi, part in |
-uio, rto. |
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1. fransi franto 2. spinsi spinto ■i' vinsi vinto |
(y. B II) |
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I temi in l hanno generalmente il pres. in per la formazione del perf. e del pari forte, so |
-go; quindi, no trascinati |
fi) nrltlluMnlB (Umcilatlco U nn. kvhIh (sbusBilltm).
L^ _
Diai.zodBjGoOglc
i«^fi de non L ad
r . -rtn ..: — ^fcrc jun >«c«wao i mndeUi C 111.
iM«/'K'/-c. c/'yefo laaaa uaT^ciM. emterso, terso, M MntHi y^puiiui. TuLti i (MMnpoeti di /Vrrf! 1 Tie'.uiiktÀ. 'x»A'aaalo^A di a/trire, a/M^rsi^
iM. ->^9 o«>rtù !e^ s /rssì, come in lat. av- fw. nit^ìunK ittyiiiio, ciie dalla coscienza po- iui(utuu« à«ì :<igBÌfieato. non fonmo pia rìco- :uuipi«>ei dì ^cy», ed ebbero per£ in -j;t.
^'L Perl in iti.
.iii*i<J)(U ili HHiXcre, iwcqtii.
;ion nLOLOoiCHZ 23
I perf. giacqui, tacqui, ecc. diedero a nascere nacqui. Or' è da considerare che, tenuto conto del valor sibilante di e fior, segato da vocale palatina (v. AbcoIì, Corsi di gUM. p. 22, ed altrove) collimano con nascere nelle forme del pres., sicché giaci, giace, taci, tace sì pronunziano qua^i come tiasci, nasce.
VII. Perfetti senza caratterì^^tica.
Cadili supplisce eccidi, ed è formato euU' analogia dei perf. forti senza caratteristica, che raddoppiano la cons. ra- dicale: tenni, volli, ecc. N'otisi come la forma senza carat- teristica sia amata in it. specialmente dai verbi in -ere (con e accentata): questa fu la ragione che portò cadere a caddi.
Vili. Participi in -sto.
Sono cinque: risposto, nascosto, rimasto, chiesto, visto. I primi tre sono, come già vide l'Ascoli {Arch. IV, 393-5), direttamente formati su posto.
In risjK>si è contencto posi; nel part. di risposi doveva et'sere contenuto jiosto; quindi risposto accanto a risposo. (v. A I h).
Con rìspoiulere rima nascondere, che perciò piegò nascoso (v. C I i) a nascosta; e se si opponesse che tale spiega- zione non vale, perché anche fondere rima con rispondere, eppure non fa fasto, si potrebbe dire che fuso è rimasto vivo per l'ajiito analogico prestatogli dal perf. fusi; ma in dialetti del mezzodì, come nota il D' Ovidio (v.jlrcA. 111,467) rifoste, rifuosfo. Per ispicgare Y analogia di n'inasto, badisi alla serie seguente: poni, pone, posi; rimani, rimane, ri- masi; quindi rimani, rimasi, ritnasto, come poni, posi, posto. Non Bono certo facili a spiegar:<i le ultime due forme : chiesto e visto.
Quanto a chiesi, chiesto, dice T Ascoli (Arch. IV, 394): « Abbiamo un * quaesui, * quaesUum tirato sul modello di * positi, posÌtnm\ e questa livellazione ai riproduce anche dal provenzale: pos, post; gues, qais perf., ques, quia, quist pari. >
edOyGoOgle J
Zi K. 1IA1I0IIE8IKI
Ma chiesi pu& essere quaesii, ed un attalogiw *qaaeso (secondo Ala) spiegherebbe l'it. ekieso, il prov, ques, qids. Che un primo analogico chiesa sia paseato ad un secondo analogico chiesto per analogia antinomica esercitata da ri- sposi, risposto? L^idea mi sorride, e la noto, Renza però tenerci gran fatto. Uecèndo dal dominio it., il proT. ha quisl, ma ancbe respost.
La questione si fa ancora più grossa, quando passiamo a visto. L^ essere esso romanzo comune (it. visto, sp. e port. visto, proT. visi ecc.) pare escluda 0 fatto d'un'analcgiii. romanza, a cui anche sarebbe stata arrersa la forma i<enza cAratterintica del perf., e rimandi la forma al fondo popo- lare latino, ove pub essere analogica, o, meglio, può essere il part. regolare non di viderc ma di viscre, elio il lut. cLims. noi) ha, ma it pop. deve aver avuto, *t't!iitus.
LE DDE RISOLUZIONI ITALIANE DEL NESSO CL
II problema delie due risioliizioni italiuuc d<;l no>sci OL (kkjo, Ijo), che il Canello risolve in uii inudi>, e l'Asicili in un altro {Arrh. III, 28tì-8), mi pare possa avere una sem- plice rìsolimone fouetico-analogìca. Se iiun in' iugniiiio, lii posizione CL + voc. palat. è ben differente dalla posizione CL ■+■ TOC. non palaL ; la poiìizioue del nesso OL negli esiti del siag. (CLO-, OLA) non è foneticamente ngimle alla po- sizione del GL nel plur. (CLÀE, CLI). La voc. non palut. pare dovesse favorire la vittoria del G, quella palat. la vit- toria dell'L: da CLO-, OLA legittimamente Hjo, lija; du CLAE, CU legittìmamente ìje, ìji (1).
rh. IX, IH). 1x1 DtlW LL. Din ^uir puutlitla la tan. io -HJ •to
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ROTI FILOLAaiCBS 25
Così la lingua earebbe stata disposta a portare Ì sing. io CLO-, CLA a kJ^jo, kkja; ì piar, in CLAE, CLI a^t«, j^i; se non lo fece, fa perché la fonetica fa Tinta dall' ana- logia, dalla simmetria, e generalmente il nng-, per ragion d* uso m^giore , volle imporre la sua forma al plur. ; il plur. , in àleuni pochi esempi, per ragioni speciali ideologiche, che forse è possibile trovare, vinse, e si prestò poi a lasciar ti- rare da aé nn sing. analogico. Vediamo questi pochi esempj, che prendo da Canello (Arch. Ili, 351-4).
1. Da acuctda, agucchia; da aciiciilae, aguglie, guglie {à parla sempre di guglie di una cattedrale). Poi da gn^ic, guglia, come da agucchia, agucchie,
2. Non artiglio da artieulo-, ma da articuli, aiiigli: (la rugion del plnr. è evidente). Poi da artigli, artiglio.
3. Da auriada, oreccJtia; da auriculae, oreglie, oriate; le due forme lottano ; tanto vale Y oso del sing., quanto l' uso del plur., o meglio, del duale; vivono ambedue, e creano l'una il sing., l'altra il plur. corrispondente; finalmente il King, trionfa, ma dal plur. è origliare (cfr. la &ase 'essere tutto orcccJti '). Da oreccJiia è orecdtiare, (c&. la frase ' por- gere orecchio^).
4. Da rìavicula-, cavicchia ; da clavicidae, caviglie (duale).
5. Da caiàeuli, conigli, poi eoni^io. Vince il plur., per- ché si parla sempre di molti cenigli d'una eonujliera.
6. Da tnacnla, macchia; da waculae, maglie. (Si parla sempre di molte maglie.)
7. Da tiianiculu, tiianecckia 'il manico dell'aratro'; da iiiauiculae, maiiiylie e smaniate. (Si parla per lo meno di due manitfiie, di due siHamglie: duale.)
8. Da spiraetdi (il neutr. spiraetda non è romanzo), spiragli, spiraglio. (Più in uso anche qui il plur.)
9. n Canello dimentica l'allotropo jMt-tcoZojjien'jflio. Anche qui, da periculi (vedi pel neutr. num: ant.), perigli (perché ei parla per lo più di molti perigli), poi periglio.
IO. Mi restano senza spiegazione: ventriglio accanto a veii' tricchio, ma credo che il popolo parli di ventrigli d'un ani- male; ed i due esempi veitdo-, vecchio, veglio; speculo-, s/ìec^
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SA E. MAEomwnn
rhh, tpfffUo, Pei quali mi par soltanto d possa dire che tiMVhìo miipreaenta il Hin^., e oe^io (are) oa sing. da no (iliir. Tf^oUn Myfi; (notisi la {rase * una riomone di ev ffU \ w^o. , ma lultanto wccAto), e lo stesso in xpeeckto, speglio (aro,). 1 «noti dicono 'Tardarse n'tei sped'. Se poi in (jtipxt? tlue parola il oing. in itl;}o ha trionfato, ciò si deve h1 fìittu clic la rìmlutìone •» iq>poggìata daDe parole della fnml^tla, (ovv il ^/o è legittimo, come a forinola iniziale, )it>r Ptfft» at>c¥nt«tn ; ii|>KfìUo, speeAiato, speeduare, ecc. ecc.: m'MwHt. «hvAm-m», imtttìiiart, ecc. eec E questo, nò- tinti (ItivrtW ^fmmtlamte appoggiare Q trioaifo dd singo- iHrv. l'iyfMM» ^ evidentemente feomato sa ivyfM: c£r. tec^
(ì lin*(.v<: Nf-.<ftc* n/7-.-rtT ^voM àt&viai si. «nm^ttf . S.'
it!w*">i* ^ «<^ -<*ÀM>im- «^ IR», lufit <mi<r ime Tmì i,*in »?-
,,..,.,. ^.vi^.," -sip.lK-wv TU».— r jjìt -neiìtt tu^iipa ìmk^
,.■ ■■«% V» "n-,t" ^ »uKr*^T»m ònL'ion. ir- 7<»n3«k>
It'. Tr.vi ■'-•■ ■'■ ~ -v^^-: :t\-nU Tl^llTTi plM (ftt f Vex^>
7 *;....., .i.
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non PILOLOOICHE 27
È chiaro quindi che il Oautier qrII' intendere il verso, dato a roevet il valore di vuole, ha preso vos come forma funzionalmente e forse anche etimologicamente ugnale a pobis. Ma il semplice roever ha egli questo significato di txiere? Srideiitemente roma- non è altro che il latino ro- gare; ora, come dice J' Ascoli {Arch. Glott. VH, 411 e 610), t continuatori di rogare hanno generalmente in romanzo il significato di pregare, secondo che attestano concordemente lo spagnolo, Ìl latino, il rumeno, l'antico francese. Dunque il solo roevet non ragnificherà vuole, ma a vuole equivarrà l'intera frase roevet vua (con naturale trapasso ideologico da ' vi prega ', a ' vi domanda ' e quindi ' vuole *) : à troverà cioè in qnesto verso nn prezioso cimelio d'nso sintattico in lutino stesso rarissimo. Trovasi quest' uso in Plauto ( Trin. prol. T. 21): Nune vog hoc rogai (Plantus) Ut liceat possi- <lere hanc iiouten fabtdam, ove l'eguaglianza vos rogai=vuU è dimostrata dal v. 12 del prol. detì^Asin.: Asitioriam volt esse, ai per vos licct. Il verso fr. dev'essere dnnqae inteso cosi: Qu^Ii t'ha tradito che di ciò vuol fingere, che ciò vuol dissimulare.
SOPRA ALCUNI LUOGHI DEL POEMA PROVENZALE SU BOEZIO (1)
1, T. Xi: E ni vera den non fai emendameoL
Lederei invece : En ivers deu non fai emendameut. Ivers sarebbe per me egnale aA_evert (inverso), e l'en sarebbe Vin di ivers, lanciato fuori, direi quasi, dalla preposizione, se- condo la tendenza alla ripetizione del primo elemento nei composti preposizionali ed avverbiali , che s' avverte così
MmlMi, Opptln. 1S«4.
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^pe^so n«l campo def pariarì
Et eccrs De» no 'n ftu ammdameitt.
i. T. I4>15: Dis qne Tm pn», mija nonqiis la te
qae epalar forlmitz, sempre lai epsameot.
Senza motare la firsse dù que F a presa in deaqveV abrasa , come & il HoffinaDD, darei a dis il valore temporale di de ex (cfr. il fir. dèa qae con significato posteriore cau^e, come nel nostro poiM); darei al forfaiti non il ralore che t^i dà il Dìez ed il Bartsch, ma qnello di acc plnr. del MMt. forfait» ' delitto ^ ; toglierei quindi la virgola tra for- faiU e sempre, darei ad ^dor il significato di ' anche al- lora ' (c& eps in senao quasi avverbiale nei T. 18, 172), ed intenderei i dae versi così; Dopo che Tha presa (la peni- tenza), non la oiiserva affatto, perché anche allora (anche avendola presa) subito & egualmente delitti.
3. V. 30: Enant eo dies foren ome Mio.
11 ms. ha Esns . oais. Il Baynonard e il Diez lessero malamente: Enfantz, F. Meyer osserva che od Ezhs eqni- vale ad hms, e l'intera frase Exns . onis ngitifìca ' en un eertain temps ', ovvero Ems . ams equivale ad ante anuos 'aotrefois': nel sno lìecHcil d'aitcictts textcs has-latius, 2>''0- pfHtaMX et fraa^is scrive en anz en dies.
11 Barti^h, nella f^a recensione del testo di Meyer, cretle che ^i deva leggere ctiam "• frnher '; per lui aiaut en dies non vQol dire altro che * in froheren tagen '.
Ma sarà meglio leggere col Meyer en ajiji, e prendere la frase e» aiir en dics nel neuRo di ' nel tempo passato \ of- frendoci nna locuzione simile il v. 20iì8 della Chanson de Seìaud: Ensembie tiBum estet e atu e dis.
4. <r. 3ó: Prob Jlallio lo ni emperador.
11 HOndgen accetta la mutazione fatta dal Bfihmer di aprob. dato dal m^., in j»vò. La ragione della mutazione del Bshmer è metrica: ^altios vale in altri luoghi tre
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aon nLOLOoicsE 29
sillabe; quindi la lezione aprob MaUio aninenterebbe il rerso d'una sillaba. Ma percbé non ei può credere che MaUio abbi» potato ralere andie due sillabe P Trattandosi di nome preso a prestito direttamente dal latino, è meglio credere qoesto, che storpiare con an' illecita recisione la forma solita provenzale oproft (1). Ed infatti anche il v, 23, letto se- condo la lezione del ms., fa Mallios di due BÌIlabe: Morx fo UaUios Torquator dunt eu dig.
11 BShmer anche qui correg^ sopprimendo illecitamente il fo, e il HQnd^n accetta la mutttùone fatta dal Bshmer.
5. V. SS: e lem soli'ea a toc dUs flar.
n Tobler crede che solC sia nn presente; il BShmer ed il HOndgen sono della stessa opinione ; anzi il BShmer scrÌTe soil. Ma sarà veramente un imperfetto apostrofato per solia : GonfrontiÀ infatti il t. 75 : domine pater, e tctn fìai! en toni.
'•. T. 93: La sapìencia compenre qui pogues
B ms. : Qui so^KCitna compenre pognes. Così ul t. 140 ìl ms. ha: qu'el era eomps moU onrat e rix, ed il Hdndgen sedendo il Hoffinann ed il BShmer corrige: Qu'd era eoms e mali onrax e rix.
A mio credere, è da conserrare per ambedue questi Ter^i la lezione del ms. Nel secondo emistichio di cìa»cuno la nllaba manca solo apparentemente, che, b badar bene, i due versi presentano nn nr originato dalla cadnta d' un' atona : eouipeiirc^comprelteiidere, onraz^hoHoratiis. Ora è molto probabile che Io sforzo fatto nel pronanziare il gruppo dì tali consonanti (tir), che mal s'accordano tra loro, si sia
(1) (U tron lo pra. bdcIi* /irti, mt, per qnal eh» pm mluHiiD itgìl winp( SkI Biftiek, eoi Tslon wMiiillcamtDia tn«bta)«. C t un WMaplo nonlrulo, do • fitt ir n (Ctr. US, 9().iiM4nMU (ruw diT'Hun •{ipnalil muUU In Barrai it ii pareM ilirtmniti il pnfodo Don n. t-'mat. fr. ka nollwito apr^, «petti, l'It « j>r«c*, Il
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opposto al totale dileguo delTatona; la quale, d^eaerata in Tocale ìiranraiale, dorette sopraTrireie, non tterando T^>pnsentaxione nella grafia, ma fonnando metrìcaniente la sillaba.
7. Generalmente il temptmd del v. 97 :
LtÌBi comlaTa dd tonporal ram es,
è preso nel senso dell' agg. lat. temporalig. Il Bartsch pone temporat-s ' tempord, zeiUicli \ D HOndgen traduce co^ il
Terso : < dort er^Uilte er TOm zeiUichen , wie es
(besdiaffen) ist, >
A me pare invece che la parola tempond sì deva pren- dere come nome e nel senso della corrispondente italiana temponìe. Cosi meglio s* accorda il yerso citato col aegnente : Ut sol e luna, ed, terra e mar, cum es.
8. V. 159 : niD M Mw dols e m» meDnt pecax.
n Diez traduce meiua * kleine >. U Hfindgen invece traduce < viele >. < Was (egli dice a pag. 16 nella sua edi- zione del poema) in kleine Teile zertegt ist, ist aoch in TÌelen Teilen vorbanden >. Ma l'interpretazione dieziana trova per me un appoggio nel v. 2370 della Oiaaso» de Buratta: Df hm-k petfhiex, drs gram f drs menne.
Palermo, 1886.
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OANTIGAS
DE AMOR E DE MALDIZER DI ALFONSO EL SABIO
KX DI CIBTIOIII
IP»
Il WolF(2), il HUa y Fontasals (3) e il Diez (4> riten- nero, senza fame oggetto di diacQ^oce, che El i?ey Doni affanso de casteUa he de leom, a cai il canzoniere portoghese, cod. Vat 4803, attribuÌBce 19 cantìgaa, 61-79, foBse Alfonso X il Sapiente, salito al trono dì Castìglia e Leone nel J252 e morto nel 1284. Primo il Br^a, nella prefazione alla edizione crìtica dei testo dato diplomaticamente dal Monaci, asserì che ■ nenhnma can9ào de ÀfFoneo X apparece corno eicerpto noa Gaocioneiros portugnezes > (5), e credette pro- vare che l'aatore dì quei diciannove componimenti fosee Alfonso IX di Leone: « No Cancioneiro da Vaticana, en- contram-se dezenove composifòes (n." 61-79) eob a rubrica £1 rei Dom Affoaso de Oliatala e de Leom. Quem rennin estas duas coròas foi Affonso IX rei de Leào, pelo casa- mento com dona Berengnella , infanta de Castella, em sc- gimdas nnpcias ». Ora, nella storia della Spagna è un fatto indiiiciisso che i dnc regni dì Castiglia e Leone fnrono per la prima volta riuniti nel 1229, epoca appunto della moifte di AIfon.so IX, da Fernando III il Santo, suo figlio, che fu
(1) 1 namcrl VattSat, em col il dluo la poadt dal ou» «Budo ■luBO da Mll. itf rUartKOBO il eod. Tit. tSM (allt. Idnuiif)! qsudo Bona •ecnniii^iU daU* iatiUU CB. li rllMaonw al eod. Coloeol'BfaBeaU («dia. IloltMil).
(1) Sh^HU nr 0(kUcM( Ut tptaliHm URd ywfiyfulnWH XattaHUflinriw ; Bar- ila. lEH. pag. -m.
|S) tM TraMdanu <n St/oiie; BanMlOBa, IMI. pac. MM.
(4) Cittr dK ««• ptrUiflttUt*! Xmid-miU K^f—U: Bonn, 1M3.
(>)*aa.IJ.
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32 e. M LOLLIB
semplicemente re di Gastìglia dal 1217 al 1229. Alfonso IK q>osò, i Tero, nel 1198, Donna Bereiigaela, figlia di Al- fonso Vili re di Castiglia; ma, primieraineote, io\4 rìpn- diarta, per volere del Papa, nel 12(Mt; e, secondariamente, da questo matrimonio non potè certo mai sperare la ria- nione delle due corone, poiché D. Berenguela aveva dei fratelli, ed uno, il primogenito, morì soltanto nei 1211, quando già era nato l'altro, Enrico, che succedette poi, di fatto, al padre. Cosi che la rubrica sovrapposta alla can- tica 61, appunto perché dà la riunione dei due titoli, non pub significare il re Alfonso IX, Tuttavia il Braga credè dare una riprova della sua dimostrazione, allegando * urna canfào em estylo popular (n.* 79) composta por El rey J). Affamo de Castola e de Leao >. Questa canzone fa- rebbe, secondo l'egregio filologo portoghese, una satira di Alfonw IX dì Leone contro Alfonso II di Portogallo, il quale disertò la crociata del 1212, per correre col suo eser- cito in Portogallo, a spogliare le proprie sorelle dell' eredi ttt patema. Ma io osservo prima di tutto che Alfonso lì, pc>r le condizioni inteme del suo stato, cioè appunto per le sue contese colle sorelle, non potè in quel momento abbando- nare il Portogallo e recarsi di persona contro i Mori, e, se non vi andò, mi par logico che non potè nemmeno diser- tare il campo; e non so come di lui posxa dire il Braga che ( se retinira depois da batallia das NavaR de Tolosa , para vir ecc.... », mentre poche righe più sopra cita l'autorità del Rosseenw Saìnt-Hilaire per far sapere che < Portiigal mnndou o infante D. Pedro >. E la storia (1) ci ricorda che i Portoghesi ebbero grandissima parte nella vittoria di Tolosa: tanto che Alfonso Vili, prìncipal promotore di qneirimpresa, al suo ritorno in GastigUa addimostrò ad Al- fonso II la propria gratitudine, obbligando il re leone^ie a restituii^U i cartelli che gli aveva usurpati. Secundarìa- mente, ammesso anche che ta cant. 79, la quale e
Hf4. te fm . m.
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CUnOAS DI ÀLtOSaO Bb'SABIO Si
Qaem da goerra tevou caTalejroa
E à n Um toj guardar dionraa ecc.
allaflft proprio alla TÌgliaceherìa di Alfonso II (che sarebbe però setnpre qaella di non essere andato, marqaella di es.ter scappato), come mai poò farsene aatore Alfonso IX dì Leone, il qoale nemmen lai andò di persona, ma inviò semplice- mente le proprie troppe sotto la scorta del fratello? (1).
Uonqae, mi pare, prescindendo dalla rubrìca del codici*, le altre ragioni allegate dal Braga non à portano neiii- metio esse a ritenere Alfonso IX aatore di quella serie di cantigas del cod. Yat. che va dal n.* 61 al 79.
S allora, a chi rÌTendiciume la paternità?
U dare ad tm tal quesito nna soluzione indincatibile non è cosa molto facile e piana; perché, anche dopo gli stndj del Braga, si paò dire che nei Canzonieri portoghesi la cronologìa di moltissimi trovatori non abbia neppure un punto fisso che possa servire sicuramente di guida a chi Teglia avrentiirarsi in ulteriori ricerche. Sicché, per proce- dere oltre, a noi non si offre altra ria che analizzare mi- nutamente ciascun componimento del regal trovatore, per rilevame quelle ollasioni, da cui si possa dedarre delle date almeno approssimative.
Primieramente, e più a lungo che sulle altre, ci ferme- remo sulla cont. 70. È ana cantiga de maldizer che Alfonso indirizza al trovatore Pero da Ponte. Dopo averlo, nellf prime due stanze, accusato di eresia , riene a dirgli nella terzn :
Vos nom trobadei comò proea^, Mais comò Bemaldo de Booaval.
Fero da Ponte e Bernaldo de Bonaval dovettero e^ser tra i prioùpati rappresentanti dell' arte trovadorica ai loro
(1) «licrvl da UoB,IOB]«nnbcDallManiel«TSld*OMUll*.ii«tonlntpM n 1 pcnooDa; nule 11 atrafa fcnpUnson b'tn arss l'èli U di hi ln<ni<«ii >. I EETW SU!(T4lii.iimK, KH. tEif. IV, SI . L' Hwon Intl ipcMM da Alftnu K. t tìl»tìae» eba *(ll Ib' ma di Aimu Vni a al moMrò più IneUnahi ti
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IH e. M LOLUS
tempi: qiii^st» ci attestano Ìl nnmero rilevante delle loro poesie che ì due canzonieri contengono e le allusioni che si riferiscono ad essi nelle poesie di altri trovatori. Se, esa- minando queste e quelle, ci sarà possibile determinare l' epoca in cui i dne segréis vissero, noi avremo già un dato per circoi^rrìvere l'epdca in coi dove vivere qnesto re Alfonso, che il) quella cantiga li nomina insierae, l'uno accanto al- l'altro.
La cant. 572 (1) di Pero da Ponte è in lode di Fer- nnniln 111, che aveva compiuta la conquista di Siviglia: dunque ha una data posteriore al 1217. La cant. 573 piange la morte della regina Beatrice di Svevia, prima mo- glie di Fernando UI; e siamo così ni 13^36. La cuut. Ó74 piango In morte di Fernando HI ed esalta l' asccn.'iioue al trono di AIfoa'«> X (1252). Il n.* 575 è an'rmìcxa, per dirla ulhi portoghese, in morte di nn D. Lopo Dias. Nella ianiiglia dei signori di Bi^oglia è nn continuo uUemarsi dì Lopi e Dieghi: difatto. abbiamo un D. Lopo Dias. che si trova ricordato con Alfonso Vili in un atto pubblico, nel 1 179: ed ahbiiuno poi suo nipote che anche luì i-i chiamò, rinno- vando il nome del nonno, LojW) Diiis, e questi è che fu detto, pel !<\m valore, VtiÌM^t brinai nel 1212 I» troWamo. giovane ancora, alla battaglia di Tolosa, accanto a suo |>;idrel).I>iegit. Ma poiché la cantiga di l'ero da Ponte non ci dà alcun par- ticolare, che si debba necessariamente riferire all'uno e min all'aUni dei due, non ci è iK>s.sihae sapore dì chi e>sa in- tenda i>:irhirL*, La cant. 5(H è anch'essa aa ciiihwa, in morte ili lì. TerAtt'onso. Il tit. LVII. § 1.-, del Nobi- liari» dì I>, Pedro ci fa sapere che Jhtm TAlo Affimso fu figlio di DoiH Alfi>M.tso TeiUz o rclho e dona Titrej/ia lìo- lìti^Hvz Oiton. E, s,>n£a alloiit;uiarci dal Kobiliario di D. l'etln», troviamo qnalche data che circoscrive in certo modo r epoca in cui qnfsto pv'rsonaggio fiorì. Nel tit. XV si dice dei fratelli di Tareyia RiMlrìgnez Girt>a. madre di Tello Af-
(1) IVrrtfMls
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CAHTiaiS DI ALPOXSO Et SJtBIO
fonso, che forom na lide àas naues de T(Mosa eom elrre^ (foni Affomaao. E nel tit. LVII, sopra citato, leff^ianio che D. Affonao Tellez d« Cordora, fratello dì Telo Affonso, fo^ casado eom dona Jllaria Annes, la qnale fora ante barregha Aàrre^ dom Sa»eho o tutto de Pùrtagidl. E poiché qnesti è certo Sancho I, morto nel 1211, a poca distanu da quel- l'anno probsbiliceate D. AffoDso Tellez sposò donna Maria Annes. Sicché circa il 1211 ì dne fratelli doverano gik e^ sere adolti. Dell'epoca della morte di D. Telo, come ogiinii vede, non si può dedurre da quanto sappiamo nulla di certo. Però, quel poco che ci dice il Mobiliano di D. Pedro, è con- fermato dal Livro velho (1), che a p^. 156 mantiene la stessa successione genealogica : soltanto, la madre del nostro D. Telo vi è chiamata D. Elvira Rocbigues Giroa, mentre, secondo D. Fedro, ri chiamò Torchia Hodriguee Giroa; e poco dopo yi ri dice che < D. Affonso Tellez de Cordorn (cioè, il fratello di Telo) foi caeado eom D. Maria Annee fiaticela que fora ante barregàa deirey D. Fernando * ; mentre prima del 1367 non sali al trono di Portogallo nessun don Fer- nando (2). La caut. 578 ci ofire una data ben fissa, cele- brando la presa di Valenza per opera di Giacomo I d'Ara- gona, che fo nel 1238.
Lo ste«(SO Pero da Ponte ha poi tre cantìgas (n.' 1171), 1179, 1184) che si riferiscono a Sueir'Eanes, di cui né il canzoniere Vat. né il GB ci hanno conservato alcnn com- ponimento. All'in fuori di qneste tre cantigas che gli in- dirizza Pero da Ponte, solo altre due volte si allude a Ini nei canzonieri portoghesi , nna volta nel Vat. , alla cant. 1117 che gli rivolge Affoms'Eìanea de Cotom, e un'altra nel GB, al n." 143, di Martym Soares. Dai Nobiliarj, circa l'epoca in che egli visse, non possiamo nulla ricavare di preciso: em solo ci aasicnraao ripetutamente che fu figlio di lo/taiu
(I) Cori pel ISMIimrit fi D. Padro. otmu t»l IJtn rrM* dto OeII- edlilana <l l'Aarit-nla di Llabou sai XemtmnU Ftri'italliit Biilorin.
(1) L'eqnlTora potnbtM i^Jacml ex] Iitto clia U ct>htr ninfllfii di Frniu 41 pDrtngiIlo porUn tfifnala n awnnrHe àr\ TuMrt.
\'-
Diai.zodBjGoOglc
e. DB LOlLtS
Soares ile l'nnlta o troha^or (1). Ma dalla saddetta cantiga di Martin Soaree arremo a conchiudere, più in là, ch'egli era vivo e oauo nel 1269 (?. a pag. 55, n. 1),
Inoltre , Pero da Ponte indirizza una cantica d' escamho (n.*1173) a Pedr'AgTido, e T altra cantica, anch'essa d'escar- nho, contro Pedro Bodinho (n.° 1180), è motivata dalla morte del medesimo Pedr' Agndn. In qnest' ultima il poeta imma- gina che Pedro Bodinho debba, per acclamazione dei proprj concittadini, prender Ini in Burgos il posto di marito disgra- ziato, rimasto vuoto per la morte di Pedr'Agudo. Di co- stui parla anche, nd n." 1007, Gon^I'Eanes do Vinhal, il quale ha in due altre caatiga<j del Canzoniere (999 e 1008) due allusioni ad epoca molto tarda: giacché colla seconda, che, stando a ciò che dice la rubrica, si riferisce all'esilio dell'infante D. Anrriqne, fratello di Alfonso X, a Tunisi, si va fino al 1259; e colla prima, in cui è meiitOTata chia- ramente la lide de Mouron, fino al 1289. Questo fatto dì Qoa9al'Eanes, che ricorda come vivo Pedr'Agudo, ci co- stringe a credere che questi non morisse avanti la metà del Ree. XIII:. e a quell'epoca quindi deve riportarcii la can- tiga 1180 di Pero da Ponte, né devo esserne molto distante
n Buai poi (fVr/iu. p. XXX) fi rìulln, coma oMurita ■• < KfliìlB, alt-unD IIH la cut. MT Jl lohu Soarei da Payra. 1 d» «gli B* dà (l>.g?. XXVm a XIIS) a mt pan cauteli-^ q
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CASTIGAS DI ALFUHSU KL 8ABI0 37
l'altra n.' 1173. Che poi in quel torno di tempo vivosf Fedro Bodinho (1), la cui pretesa elezione coincide colla morte di Pedr'Agudo, troviamo U riprova in ciò, eLe egli è ricordato nel n." 1202 da Pedr'Amigo, trovatore di epoca assai tarda, come si può rilevare dal fatto che in quoUa stessa cantica parla di Lourciiio jotfrai; il quale nel n," IDI» tenzona con lohani d'Àvoim, vissuto anche sotto D. Diu- nirio (2).
In un'altra cautìga de maldizer, che porta il n." 1175, beffeggia Berualdo de Bonaval, perché conrive con una
rUailnt •Isvuero ■ SiDdia VI prima dal IJIÌ, nuiio la col egU fra a (unrrn'ii tu ebbe uid pula glorio** nella tilloi'Ia deU* Xail. E la
& Il ha nel dna Dltlml Tetsl della ataiua
J quii iIladoDa «cUialuiamnita a OlaedliiD I d'AiigoBa • non a Fedro II. Ola- ciiiuo I, rlIuuM ecede del trono lu etl teaeriulnii, tu ncoao al ijenra da ORiil p«-
Tij-o OomiM Cbirrinbo, al □. 1108, che t Doa cautlua d'escaruho probabllnieiilc oc- ci^iunata iUirimpnqta Blrai>rdi Darla dal baraggia (1317), ricorda qiicata aptde di re- clgilDne di Giacomo I, alludendo, più ■pccUcaiaiaeste, alta mlaerl» cba cireuudù il lucerò n nel recluta di Moiiion. col vcrao
Cini tìie. In conclnaioDa, la caat f>ST di loliam Boarea de Fajia al rll«rìK« ad epoca
rc^lFFiore al lìll t &tfttitr quindi lUta un prodotto aenlle della ana muH, glao- rW- lecondo 11 l-ifrt r-lkt «36 e 353 egli nacqna poco dopo la battaglia di Onrl- qor(ii3n}. Non VI poi dimenticato che /cJi'iii .^sorri di Anfat tra I tre 0 qnattro trova-
di lini* Ucncla de Cluntroa. [Carlt al CmiuliMil
(1) Nota coiiH! iiQutl poveri mariii abbiano perBno nel nome il seDtoredellmlonj <li<;(ruJa JI»IiVfJ^ tara da leii = becco. Coa) anele Hartin it Van^a della eant. 1181 iloiri qnoato cohdodic alle Impreae di ana moglie, anIlclHi al crociato Unulielmo de C<>ni«, mo anlcnito, «xondo repnta II Bbxoa (rii/at. pag. XXVUl).
iì) DI D. Inam d'AToln II L'rm uUo (p. 101} d dice cba tu primi» il' fi /Iftf I>M l/sin» jHo'rr il' fi rtg doM Diiiii ilt Pbi'I'i-mì. B'gnardo alni abbiamo poi alcune dttedoenmcntale; qni-lla del IH», In nua donaLlone di Bienne cus tattoffll da Al- unno 111, e l'altra del l'JCS, ijnando egli e ano figlio Podro Annea, come mallivailort »i Mtm^o 111 iH-lle couvcDiioDl da lai dablllte con Alterno X olroa II dominio del- l'.tlnrre, ebbero In conaeitna, a nnliia di loglio, 1 caatclll di Ttvira, Lonic, Taro. Fiiieme, Slltca e AIJotnr(V. UuHn.'i~(xo. lU, Or,). E luAne upplamo che era ancor lin dopo 11 1179, lutcou ad ualatvra D. Ucalrko, itcdoia dj Alfonao III, nello cor» d'Ho atalu (t. lla,ioA, rrtftu. LIS)
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38 e. DE LOLLIS
donnaccia, la cui compagnia non può far onore a un bom segrd: nell'ultima strofe gli dice:
E Tos mentec non metedes,
M da filba faxa,
andando corno vsedes
con algain p«oii qnalqner,
aqoel tempo «vemoa ji,
aignen tos mispeTtarà
que no filho parfavedei.
Qneuta satira di Fero da Ponte lia luminoso riscontro col D.° 1086 di Ayras Peres Veytorom, il qnale mette anche lui
OH poi Padr* lUuJSK poctUH Tana la Ona dal ••«. TIII, U prma dlrattaad Ir iafn«ablla al tnrra Bilia maX. lUO CS. ÌÌ BOtg a tatti owu* ID dna apocka dalb
tato a rafidan t graTl dlasrdlnl dal ano ngDo, non pot< pet no aunaotc laadar la Spaglia ; aia dbI 117* ci al HmtM di pnpoalb) a, afMata la enr* della itato «1 priBO- ■aalto rcnumOa, a« D* andò colla BW(li* • 1 0(11 nlDorl la Fnacla, a Baanealre. preian II Papa, par far lalaia I lool diritti alla ecamia Impnlala. Or bana; la oaiil. lUO OB i DB* taiuoDa tra lobam Taaaqnn a F*dr'AiBij(o drea la prativa di llfonao alla corona luparlala; U primo watlaoc ebc, ac la coaa rlaadaaa, iareblw «■ danno pai CaatigUaul ; 11 aaooBdo imUana, oom' i di neocaiilti, 11 eontrarlo. Xalla taru ataou dica TauQnac
PfdrAatiKi riapraida;
Kcall ulUml dna Tarai c't parfluo l'alliidiBa chiara alla -' car. anaaiii»
Il B* iD rraDCla , agli Uaeerà a capo dallo atato 11 BsUo. A qnaata caallea qMsdl *> awnData la data dal 11».
Non «Dulia pel tcmlaaclar di notara cba Prdr'lmiEu Bodcn Caiaa di ■ coaa lala i «naBltala qui da lolian TaaaQuaca lalaal Tanta cgllriMMal a. 11
Diai.zodBjGoOglc
CimOU IH ilTOKM Bb Bino 39
ìa becUsa, per la stesBB ragione, il bom segrd D. Berualdo.
La seocHMla stanza aonchiode:
flcarades
eom mal rifimtin se tm emprenfaar d' aignn mpu, e Toa depofs luut BIho d'oDtro, que por tosso eriedes.
Queste due caatigiiB si riportano, non c'è dubbio, allo stesso persoiuig^o, allo stesso fatto e qnindi alla stesais- t-ima data; data, che, del re^to, uon pub esser molto reiaota, poiché Ayras Peres Veytoroni è nn trovatore che, nel giro delle allusioni comuni o recìproche, si rìaggrnppu <.-oit lohHm Biiveca, Pero d'Ambroa e Gon^al'Eane» do Viuhnl, i qnali Turcarouo tutti la metà del eec. XIII: anzi egli, con D. loào Avoim e loiio Suares Coellio vissero ^qualche po' anche sotto D. Dionisio (1).
Femam Dias Estatnrào del n.* 1183 di Pero da Ponte è certamente Io stesso che il Fernam Diae del n. 1090: poi- ché le due cantigas sono' moiiTate dallo stesso fatto. Ora, r [Ultore del 1090 è lo stesso anonimo che compose la can- tiga de maldizer dos que dcrom os Castdoa corno non iJe- liam oZ retj don Jffonso (III) (u.* 1088). E anzi in questa stesRa cantiga, tra i baroni traditori è mentovato Femam Dias. Questo personaggio fu dunque indubbiamente con- temporaneo di Alfofiso Iir (2).
Qui finiscono tutte le allusioni che per noi possouo es- igere di qualche interesse nelle poesìe di Pero da Ponte.
Quanto alle cantìgas di Bernaldo de Bonaval, nna sola di t^ae ci presenta un persona^io storico. Ed è il n.* 6tì3, doTe il trovatore tenzona con Abril Perez. D Livro das linlia- 'jras del conte D. Pedro ci dù notìzia di lui nel tit. XXXVI § 16: < E dom Pere Affonso, filho de dom AfTonso Veegas Mofo e de dona Aldora Pires netto de dom Egas IHonis e da minhana dona Tareja Affonso, casou com dona Oraca
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40 e. DE LOLLIS
AfFoiiso fiiha delrre; Àffonso prìmairo e de dona Elnira Qalter de gaanfa, e fez em ella dom Abril Pires >. Ciò che è identicamente ripetuto nel Livro vdko, pag. 162 : < D. Pero Affonso Slho de M090 Tee^^ foi casado com D. Urraca Affonso filha d'elrey D. Afibnso o primeiro rey qiie bornie em Portugal, e de Eluira Chialter, e fege em ella D. Abril Pires de Lumiares »..,. «e esbe Abril Pires foi
casado com D. Sancba Nunes de Bamoza >. Dnnqne
Abril Perez fu nipote di Affonso Enriquez, re di Porto- gallo; ma non c'è bisogno di andare accattando d'in sui Nobiliaij notizie incerte sulla sua TÌta, quando di lai, cbe ebbe grandissima ingerenza nelle cose del ano paese, par- lano tutte le storie del Portogallo. In queste, Abril Perez ne appare come uno dei devoti della corona, come uno di quelli cKe con maggior zelo cercarono riparare ai disastri del regno di Portogallo, sotto Sancbo II. Egli è una delle principali figure in quella specie di interregno: nel 1223 sparisce dalla scena del governo il maggiordomo Pedro Annes de Novoa, sbalzato dall'odio degli altri fidalghi, e per tre anni il carico dello stato riposa successivamente su varj signori, tra cui troviamo Abril Perez. Nel 1228 lo troviamo antora tra quei pochi, che, in qoella fantasma- goria di successioni, conservarono a corte una posizione eminente. Nel 1240, egli, vecchio, insieme col vescovo di Coimbra, Tiburcio, è scelto arbitro per comporre le que- stioni sorto tra la cittadinanza di Porto e il pastore di quella città. Abril Perez morì nella battaglia presso Porto, circa a 1245 (1).
Perciò, possiamo esser certi che la tenzone 663 tra Ber- naldo de Bonaval e Abril Perez è anteriore al 1245. E se consideriamo che quella è una tenzone d' amore , o, per dirla olla provenzale, un joes enamorate, noi siamo indotti a ripnriArla ad un'epoca di porecchj anni anteriore alla morte di Abril Perez, il quale mori assai Tecchio, come ci assicura la storia, e, inoltre, negli ultimi anni di sua vita,
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CiimOU M 1LF0H80 EL «ASIO 41
& gravato delle cure dello stato, cod da iar pensare cb'egli non avesse tempo ed agio per gli sft^hi della mass erotica. . Bernaldo de Boaaral, ad ogni modo, fa ano contempo- raneo, e, approasLmatÌTamente, anche ano coetaneo. Infatti, abbiamo qnalche a^omento per credere ch'egli dovesse esser Tecchìo, fora* anche decrepito, verso il 1250. It 1252 è all' incirca la data la più avanzata che presentino le can- tigas di Pero da Ponte da noi esaminate; ora, anche se si viglia ammettere che la cant. 1175 dello stesso Pero rasenti questa data estrema, ne rianlta che per lo meno verso il 1250 Beraaldo doveva esser già vecchio abbastanza. La maniera in cui Pero da Ponte nel n.° 1175 e Ayraa Peres Veytorom nel n,* 1086 rimproverano a Bemaldo le sne velleità amorose è assolutamente la maniera che si è osata sempre al mondo coi vecchi che voglion &re certe cose inconciliabiti coi ca- nuti. Pero da Ponte parla chiaro abbastanza:
E vos mentes non metedes
se eia fllho Qzer,
andando corno veedes
con al^nn peon qualqner,
aquel tempo avetnos ]à
itlgven vot tuipeylard
que no (Uho parf acede».
Che dunque Bemaldo potesse aver la sua parte nel figlio
non poteva essere che un sospetto E Ayras Peres parla
ancora iiiù chiaro:
de qa« flearedes
con) mai escara ho se vos emprenhar d'algUD rapaa, e vos depojH leiiar filho d'outro que por vosso crìedes.
Questa circostanza dei giovani che potrebbero aver usur- pati i diritti di Bemaldo, include evidentemente un'antitesi colla vec^iesjsa di lui.
D'altra parte poi, queste dne cantigas d'escamho non posgono riferirsi ad un'epoea molto anteriore alla metà del 9ec XIII : perché Ayras Peres lo troviamo vivo ancora ifotto
L
Diai.zodBjGoOglc
42 e. DE LOIX»
D. Dionisio (1), e, snpponùmio, non arra poetato DeDe fasce, né avrÌL aTBta una longevità biblica. Di i^ ^e dm la nietà del sec XIII, dovesse essere sneoi tìto Bem^do, Io prora anche il la^ che nella cant. 1069 parla di lai loluiiu Baveca il qnale, per le sue relazioni poetiche, che appaiono nel canzoniere VaticaDO, ya annoverato tra i trovatori della coite di Alfonso X il Sapiente (2).
Questa è, tutta insieme, la cronologia che d può rac- cogliere dai componimenti di Pero da Ponte e Bemaldo de Bonaval; cronologia qua e lit un po' incerta e vaga, è vero, ma che circoscrive in complesso par l'epoca in cui vinsero e poetarono i due trovatori. D'altronde, prima di andare in fondo, capiterà di poter mettere la mano su qutiicke altro fatto che avvalorerà questa cronologia a primo aspetto un po' elastica.
Delle poche allusioni che n questi due jogrnes fanno gli altri poeti nei canzonieri, abbiamo già detto qualche cosa incidentnlineute. Non ci resta che a ricordare il n.* 1148 (frammento) di Fcninui Rodrignes Redondo, e il n." 1149 di .\ffoms' Eanes de Cotom, che son tutti due apertamente indirizzati a Pero da Fonte. II frammento di Redondo i- di pochi verci e non può dar appicco a nessuna deduzione d'importanza: nella cnntign d'esciirnlio IHO Affons'Ennes, accanto a Pero da Ponte, nomina lohnm Fcniamhr o niowo. Ora, la cant, 975 di Alartìn Soares è anch' es-sa contro (jnei^to stesso lohnm Fcrnandez, come chiararacnte dinmstra la ni- hrioji: e Està nuitiga fez d'escariilio u bfi qiiu diziiim lohnn Kcrnandis e ?emelhava mouro <h'C. . . >. La cant. 07>^ dello stesso Martim Soarew toma n befleggiitro loliain Keruau- dez (3). E altre due ancora re ne :^uno contro (|iiivto pu-
Mtl cium Io ■■■( dua riniimii IIMG e IDU'. allu 11 qnalc Hconlatio mei» (tonfai' Eiiwi da Viuhd li^vatorl: ma t. Abcktf In dpprrFwi a jn^f ^ n^* : (3) Manin Boana lu llK'Ilf nu ctDIlea de malOIIi't nuli
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DI 1LF0S8O EL UBIO 43
?ero dìarolo, la 1012 e la 1013 di lobam Soares Coelho (1). Il n.* 1013 eomìnda:
lohuD Feroandea, o mund'è tornado, « de pnun pQTdamoa qne qaer Air, veemo lo emperador levuiUdo eont» Roma e Tartan» tììt: « ar TMmos aqni don pedir loban Femandes, a momro crozado;
e allude certamente all^ assedio poeto a Roma dall'esercito imperiale nel 1241 , e all^inoltramento dei Mongoli in Enropa nello stesso anno; inoltramento clie suscitò un allarme ge- nerale in tutta Europa, da potersi chiamar crociata (2). La data sicura del 1241 cbe va assegnata alla castiga 1013 contro lobam Femandez, dorrebbe far supporre che órca quell'epoca poetassero auche Martin Soarea, Affoneo de Cotom e don Boy Oomez de Breteyros, che motteggiano lo stesso personaggio. L' esser poi nominato Pero da Ponte insieme con loham Femandez nella cantiga di Cotom con- ferma, anziché contrariare, la nostra deduzione, poiché sap- piamo che tutte le date slcnre dei componenti di Pero si {^girano intorno s queir epoca (1236, 1238 ecc.)-
Da tale catena dì idlusionì messe a riscontro l'tina del- l'altra, si può coDchindere a prima vista che la cronologi» di Pero da Ponte non presenti alcuna data anteriore al regno di Fernando III (1230). Quanto al BonaTal, abbiamo risto che egli, benché recchio, era vivo verso la metìt de)
(I) k man irsoueiilo Arila eutlg» d'cKaniha di Don Raj Oonei d* BrF- l*7m, la qiull d leu°BO nel cod. CB lotto I Bh. IMS ■ IH*.
(S) QuHtft diU eni Inoltnti bob dcTC oalplnl 1b ubi cmBtlgi di loluun Soaif* Csalbo: ebé 1dt«» dorr^nino BiusTtgUkrd qBilon si ItotuiIbid dinuit] ad mx
Il qiult mbblwBO (li delta chs Tinn uaon hMo D. DhmWo: ■ Ik cut. 1
lohuB flouH Coctha è laatrituta > Don Bvjtamn, iMto tnmtor*, clic, oooM ■
r TITO (otto D. DIobMo. Tatto qucMo. col nostn mt
■apporrà Ib loluBl Baara bbo dai pia tardi Innila
i. XIU: bcI tàlte, egli BopiHTliuc ad AlfuB» HL (Cb£ B>aua. pa<. LVI,
fa^LZT.)
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44 e. DK L0LLI8
Ree. XIII (1). Se a queste circostanze si raTTicìna 1* altra dellii nibrìcii clie nel God. Vat. acccompagna la serie di cantigas dal n.* 61 al 79: < EIrey Dom atfonso de castella he de leom >, vien voglia 8uV>ìto di affermare che l'autore della cant. 70 non possa essere He non Alfonso X di Ga- stiglia. Giacché le corone di Gn^tiglia e Leone, rìanìte da Fernando III, passarono poi a sno figlio Alfonso X.
II
Io non Toglio esser corrivo ad asserire. Che anzi, per amor della reritù, mi piace, prima di fermarmi ad una, esaminare tutte le ipotesi.
Ohe la rubrìca, cow com'è, voglia significare Alfonso IX di Leone è assolutimiente imposàbile: nei testi dei nobilìnrj e delle antiche cronache i re di Leone non son inai cliin- mati altrimenti che cofiI. Noi perii, benché crediamo che le rubriche del Cod. Vat. meritino fede quasi sempre (2), pure ToglÌEimo ammettere, per il momento, la probabilità di uno scambio, che abbia dato luogo ad errore. Dopo l.i riunione delle due corone, si considerò sempre il regno di Leone (;ome assorbito da quello di Cnstiglia, e perciò si usò diru rli frequente re (lì Cti.-<fii/li<i semplicemente, per inten- dere il re lìi Caslitfìia e ili Lroiii: Per esempio, al tìt. LV,
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1 cint. 70 di He AUon» non il i>uò cl- |
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Il poca Imputtana e qniuJl di laclle |
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d*r« cuutrDsr '|i»lcba hImeIìo: n» ibafllliir |
e quando Pi tratta ili re, ebe rapprcwa- |
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a p.'i .««r Uniti (adlel |
Diai.zodBjGoOglc
ClSTIGAa DI ALFOSBO EL 8ABI0 4ó
g 7, del Nobiliorio dì J). Fedro, il re Alfonso XI è detto semplicemente Dom Affonso de Castdla; e al tit. LVII, il Sgho di Alfonso X è detto Bemplicemente Sameho de Ca- stità. Similmente, al tit. XXVI, accade per lo stesso Al- fonso X: e molti altri &empj se ne potrebbero citare. Si capisce quindi come an amanuense, al trovare il semplice reff de Castdla, potesse credere di fare il suo dovere, espli- cando il titolo eoli' ^giaogerri e de Leon, anche quando con rey de Castra era denotato precisamente il re della sola Castij^Iia, prima cbe avesse Inogo la riunione in Fer- nando HI. Ammessa la probabilità di questo errore, il poeta potrebbe essere Alfonso VIII di Castiglia, morto nel 1214.
Ma terminiamo di esamiaare le cantigaa poste sotto qDC:<ta benedetta rubrìca e vediamo se dalla interpretazione di esse risalti più probabile la paternità di Alfonso Vili di Castiglia o quella dì Alfonso X di Castiglia e di Leone.
Tra questi 19 componimenti ve ne ha quattro che sono di una singolare importanza storica, poiché si riferiscono evidentemente ad avvenimenti politici contemporanei al poeta. Portano i numeri 69, 74, 77 e 79.
La cant. 74, bellissima u-tisticamente per l' fallita della descrizione e la potenza del colore, ritrae senza dubbio una rotta che i Cristiani- paUrooo dai Mori (1).
le II Bngm dà la qniMU tonai,:
Diai.zodBjGoOglc
Benché iti tal cBotig^a un' interpret^one niinutft, a pa- rola, BÌ dia diEBcilmente, pure è pounibile coglìeiri parec- chie allasioni che trovano TÌacontro nella battaglia di Àlar- cos (1195), secondo ce la descrìTono le storie. Fn dace dei Oastigliani Alfonso Vili, e la hattagflia ebbe luogo il 19 luglio del 1195:
Vi eotejITes de granhom (tie)
i Mori erano provenienti dal Marocco; e Atamor dei versi
Yì coteyfTee
esUr tremendo lem Aio ant' OB monros d' Azamor,
è una città del Marocco. Il panico della cavalleria rasti- gliana accennato nei versi
0 geoete, poys reroete Ben alf&raz corredo r, estremece e esraorece o coteyfTe com pavor;
la strage dei ginnetti di cui si parla nei versi
.... eeneteH trosquiados (1) cobriam-nos a redor;
In s^oDimto e la fnga delle tnippc, descritti iielPultiniii cobra, cono ritratti anche nelle storie delle guerre coi Mori (21.
Orna* fimli, apMtl* di <u toA, h> credo. Il ttttgfi, THt
dt TrMIxd: mtril. Bl i (;) Eccn 11 dnwrliInBB ci
Diai.zodBjGoOglc
CAKTtOAS DI ALFONSO EL HABIO 4<
Per via di tali riBContri, il n.° 74 parrebbe scritto «In Alfonso YIII dopo la battaglia di Alarco»: ma noi, pr quanto quella cantiga possa couTeDÌre a tal personaggio e A tale aTTeoìmento, non possiamo, soltanto in viata di ciò, deciderci ad assegnare ad Alfonso YIII tutta la serie dei 19 componimenti che il codice vaticano contiene da n,* 61 a 79. Invece, proseguiamo nell'esame di essi, contentandoci, per ora, di far osservare che la località, determinata dal Gua- dalquivir nella terza cobra, mal si accorda con Alarcos che è presso Calatrava, sulla Guadiana, nella Mancba.
Nel n," 79 il Braga, come ablùamo già visto, crede sco- prire una cantiga de maldizer di Alfonso IX contro Al- fonso II di Portogallo < que se retirara depois da batalbn das Navas de Tolosa, para vir desapossar suas irmoas da hemn^a de D. Sancbo I, que Ihes pertencia > (1). Che questa cantiga sia opera di Alfonso IX abbiamo già dimo- strato assurdo; che sia di Alfonsa YUI contro Alfonso II dì Portogallo, nemmen questo parrà, verosimile. Alfonso II non prese parte, di persona, alla battaglia di Tolosa; que- sto è vero: ma, lo ripetiamo, vi invib T infante D. Fedro con nn buon contingente:-e, mi pare, Alfonso VIII non aveva poi tanta ragione di resLirne scontento. Tant' è vero che, reduce da quella campagna gloriosa, per mostrar la sua gratitudine ad Alfonso II, gli rese il possesso dei ca- stelU che Alfonso IX gli aveva usurpati. Ora, che il re di Ca'itiglia si prendesse la pena di mostrarglisi così calda- mente grato coi fatti, per poi divertirsi a motteggiarlo in un feroce .4rventese, mi pare coi^a fuor di ragione. D'altra
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48 e. DI LOLLIS
purta, rinterpreUziona di qneeta caotìga è tatt^ altro che agevole e piana: anzi le allnsioni oscure, i motta dldllini, di cui ridonda, la rendono adattiseiina a dÌTerse intnpiv- tazioni. I primi Tersi
Qaem da gnsm levon caTalejros
e i'sa terra foj ^urdu' dineyros,
nom Tem al ma;o!
Qaem dn guerra se toj com malilade
e à sa lem laj cnnprar anUde,
nom Tem al uayo !
se a prima vÌRta parrebbero dar ragione al Braga, dopo aT«TÌ peiuato aa un pocliino, si piegano docìLnente ad altre interpretasnonì : la prima stanza, s'io non mi sbaglio, dice ehiaro che rì tratta dì uno che condusse via dal teatro della guerra i radi cavalieri, e se ne andò a casa, a costodire il proprio scrigno. Ma Alfonso II, Io ripetiamo ancora ana volta, non andò lai al campo : e ì cavalieri che mandò sotto la scorta di D. Fedro non tornarono che a cose &tte e glo- riosamente, come i soldati di Gastiglìa. La seconda stanza ripete in parte il concetto della prima, e con quell'emisti- chio e fof comprar erdade > sembra proprio che voglia dir dell'eredità di Sancho I: ma, o che erdade in prt. non si- gnifica anche sostanza, avere 8emplicemente?(l). E la terza Rtanza co% mai vorrà dire? Il cod. GB ha eóncuiitja, che dà laogo alla correzione
O que àm guerra se fay com neraÌEo, pero Dom veo qnand'a {««ito ago, nom. T6m ecc...,
con on senso abbastanza chiaro, di nn barone, cioè, che frrr patto col nemico . . . Ciò che Alfonso II non fece di certo. Ia qnarta stanza allude ad un principe che non andò al
ft) Prl idinil&ntadl trnlipA' • bnfiHhr >u41i'dlTM(«r trrritnriah- ari Pnrlnc>i * «Hi Mapl, T. l'HKH;tn.iso, Hi, UIl Vn, put. MI, • «r. «ufha il Hunuc ri di ad Imh^. tn sii ■»'' liiniiBntl, vtrììn dt Mit»>mliHm.
rdB.GoOglc
DI ALFOKSO SI SkSW 49
mago, per esigere le martineguas , osfria la tiuiRa di focatico che à pagava il giorno di S. Martino (1),
pero nom veio pob Sam Hartinfao.
La decima allude ad un altro che andò alla guerra senza portar le provvigioni pei soldati
0 qne com medo fnpu da froDteyra pero tragìa pendon sen ealdeyra. {t).
E finalmente gli ultimi due versi
0 qae da gnena fi:>y por racaiido
macar en Bui^iu fu piotar escndo,
oom vem al majo (H),
ELtlndono a qualche signore della vecchia Castiglia che, benché aresee &tti tatti i preparativi di guerra, non andò poi alla frontiera.
Decisamente io credo che questa cantiga da lo sfogo d'un prìncipe contro la defezione dei suoi vassalli o dei suoi alleati, in tempo di guerra, e si riferisca quindi non ad un solo, ma a molti diversi. Se veramente fosse di Alfonso Vili e si riferisse alla battaglia delle navi di Tolosa, dovrebbe aUudere proprio al re di Leone, che, secondo l'Herculano, non spedi nemmeno ajuti e devastò il territorìo di Castiglia, in assenza del re, e, fora' anche, ai principi crociati stra- nieri che, dopo l'espugnazione di Cslatrava la vieja, vollero tornare indietro igoominiosameote e tentarono, nel ritorno^ di saccheggiare Toledo. Ma, perché non si potrebbe riferire
KoM. KhaiJfirit.
» ■ ■ tnUdira mm m* IdiIiuIm • diati niitl*M dna Sint-litmiut m Ood« ale o Hoalo XV... Pelo pandko h mmtrsta a podrr • llitArsm ca •«u Tualtoapn BfaBm: v^\t rntJtii-n^iiJto nn mr-anin «dù oa (■UD'ludH «taTi pfotidi, quiriun dl»r. qua tlnhsm mnlloabeiM.nin- tOHdBbooi dlnlHlnia, pan Ibw pafu, a mi militar». Burrt-aniA. KlitrnlariB.K. t. • tal riguardo uiclic 11 duUo laTora sha t'&xiDO* bk Lo* Rio* pobblleè aBlIn iwiTu XiUiva n CntHOa iunait la lini mdia, vili Sa. il Ktftt-x. INKI. 13 Hu- mbr* a 10 Dlnmbrt.
(1) Tradnef: Cafci tlittttu aurf» éatta jtwn-n fvr fnuni, *w.rt,' miw /alle <Iìfì~' rt a mo aruda In B ifoi. iiaii rtim al imigsia.
«^A^>.J.,br»Mi<, II. 4
^
Digli zodBjGoOgIc
5I> U. DB lOLUS
invece alla battaglia di Alarcos? !□ qnella disgraziata im- presa Alfonso Vili fti itolo: i re di Nararra, d'Aragona, di Leone e di Portogallo non. lo ajntarono e, per di più, il primo si alleò coli' emiro Yaconb. Lo sdegno condensato nelle stanze di questa cantiga riftponderebbe beniii^inio allo stato d'animo del re di Cartiglia, che ha dovuto subire una sconfitta dagli Infedeli, per la vigliaccheria degli altri prin- cipi cristiani della penisola.
Così nell'uno come nell'altro caso, certamente questa cantiga può, in8Ìeme colla 74, fornire dei validi ai^onientì u chi voglia tirar fuori dalla rubrica del codice viiticano Re Alfonso Vili di Castiglia. Ma a me stesso che mi t^ono sforzato di accumulare tutte le prove possibili in suo favore, non sembra a norma di critica rigorosa il «acrìficare ad una probabilità, dipendente al tutto dall'interpretazione di due oscure cantigaH, la probabilità che risulta da un in- sieme più largo di circostanze e dalla verosimiglianza di una cronologia stabilita sopra un complesso ben più vasto di fatti. Che, del resto, delle guerre tra i principi della penisola iberica e i Mori la storia non sa che poco ed in confuso: le fonti, cioè le cronache cristiane ed arabe, hanno spessissimo delle lacune e si coiitntddicoiio ancora più di sovente; non dovrebbe ijuiitili farci maraviglia i^c ni-Ila stiiri:i del regno di Alfonso X non potessimo rinvenire una graiuK- sconfìtta dei ('ristiani, pure l'orse accaduta, chi) spiegit^r't! la cantica 74. Tuttavia, le storie ci fanno supere clm Al- fonso X ebbe lungamente n combattere i Mori di Spagna e d'Africa. 1 Mouros A^Az/iiiior mentovati nella cant. 74 Insciano intendere che ivi si trutta di una battaglia coi Mori del Marocco: e sappiamo che nel 1275 ci fu un'invasi.iue Africana nel regno di Alfonso X e a capo degli Infedeli stava Yous.sonf, emiro del Marocco. Tra le altre coce, fu- rono allora sconfìtti e tagliati a pezzi 8000 Castigliani, co- mandati da D. KhOo de Lara; fatto d'arme a cui la cronaca araba assegna la stessa importanza che a quello d'AInrcns. Una seconda sconfitta subì l'Arcivescovo di Toledo, lascian- dovi la vita. Nel 1278. dallo stesso Youssonf fu battuto
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CilTMlB M AIFOHM EL UMO
r infante D. Fedro all'assedio dì A^eziiM. Per Inn^ anni poi dorò la solIeTaxìone dei Mori di Andalusia sotto Mohamed I Al"*""*^ e sotto suo figlio, Moliamed IL In- sonuna, coi Morì combattè rìpetntamente Alfonso Z, e ad nna delle tante battaglie che accaddero può riportarsi la de- Krizione della caat. 74. Incordiamo qnì ancora die rnnica indicazione di luogo data in qnei versi è quella del Qua- dalquivir, inconciliabile colla località di Alarcos; mentre sappiamo die il teatro delle guerre tra Alfonso X ed i Mori h quasi sempre il suolo d'Andalusia, che il Guadalquivir attraversa per Inngo tratto del suo corso. Aggiungo: la cani. 79, anziché alludere alla vile condotta degli altrì prìn- cipi della penisola verso un re di Castiglia, potrebbe allu- dere ai tradimenti e alle diserzioni di molti suoi sudditi. ìlei 1270 fu una rivolta generale dei signori castigtiani contro Alfonso X: essi andarono, niente di meno, a rìcono- Kcere la sovranità di Alahmar, emiro dì Granata, nemicis- simo della Citstiglia, e, per via, misero a sacco e fuoco le . terre. Più tardi , Suncho suo figlio, mentre era alla frontiera, si ribellò, fece un'escursione in Anduloaia, in cerca di pro- seliti, si alleò con D. Dionisio di Portogallo, e, non contento di CIÒ, mandò suo fratello D. luan a spargere il seme della ribellione tra i signori del territorio di Leone. E all'uno dei due figli potrebbero alludere i versi
0 que da pierni se foj com gram medo Cantra sa terra «spargendo tredo
E la cobra
Qaem da gnena se toj com maldade E fa sa terra fo; comprar erdade
potrebbe benissimo riferìrfii a Sancho che nel 127lj lasciò la frontiera per andare a comprar eràaàe, per correre cioè a Città Reale, ove era morto il fratello primogenito Fer- nando, a raccogliere l' eredità del trono, e, l'anno appresso, nel 1276, conchinse nna poco onorevole tregua con Ben
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Yousnonf emiro del Marocco, per aver agio ad attutire i suoi piani d'ambizione, E l'altra cobra
0 que da fnerra ae fo; com nemigo
potrebbe voler, significare qnalcano dei baroni alleatisi col- l'emiro di Granata.
Finalmente, qualche stanza potrebbe far pensare ad En- rico, fratello di Alfonso X, il quale, inviato da questo contro ì Mori di Xeres nel 1257, dopo poco abbandonò il suo posto e si rifugiò a Tunisi pres.<to i nemici della fede.
Ma questo sirventese, irto di difficoltà, a chiunque lo ai voglia riferire, non gli si attaglia di certo a capello : se una stanza conviene ad un personaggio, l'altra conviene ad un altro; e tre stanze, che possano con sicurezza riferirsi ad nn solo, non si mettono insieme. Quindi, mi pare che se io mi trovo imbarazzato a riferirlo ai traditori di Alfon»^ X, altri non possu facilmente fare in modo die calzi perfetta* mente ni traditori di Alfonso Vili (1).
Passiamo perciò ad esaminare le due rimanenti di queste cantigas, non so se dir politiche o militari, nella speranza dì trovarvi qualche allusione più determinata.
ti eautarBie. Li primi Uaiiu li
mrlln. gnnlo «uaponlmnita poi dn U *l(BnMi X, parcba ndli prlmm Ridi
<p Alfnn» ri Siblo r 11 ano |>ri-
Diai.zodBjGoOglc
ClXTlaAS DI ALF0MS4 EL SÀBIO 53
La c&nt. de maldizer n.* 69 rimprorer* ad nn fidulgo di aver abbandonato il proprio tiignore alla frontiera:
Ea esto fez com'è d« bom sen en flihar adail qae eonhecia,
. fex-lhi de desini leJxar
e de seestro leixar lidar:
0 adifl è iDu; sahedor (jue o ^ìou por aquela carreyra, ponjue [o] fez desguiar da rronteira e eiu tal guerra leixar seu senhor.
Custiii si cLiauia don loham e, indubitatamente, è lo stesso ■i CIÒ allndono la cant. 1055 di Fero Barroso
Chegou aqoi don loliam e veo mui ben gujsado pero nom veo ao majo por nom cbegar endoado...,
d la cant. 1558 GB di Affonso Meendez de Bec^teyrus.
Ebbene: Pero Gomez Baixoso, lo asserisce anclieil Bra^a Il ])«},'. LI, fu contemporaneo di Alfonso X. E veramente questo ei può provarlo senza uscire dal canzoniere Vaticano. Kgli nel n.° 1057 fa una cantiga de maldizer a Pero d' Am- inola, perché questi menava vanto di essere stato in Terra Saata, mentre non era vero. Questo fatto pare dés.se molto da dire ai trovatori contemporanei: nel n." 1004 gli rinfacciu title impostura Dom Gon^Hl'Eanes do Vinhal, il quale anxi incomincia dal ricordare la notorietà del fatto Pero d' Ambroa , *«iHf>r' oj cantar qae nuoca vòs andastes Bobre mar;
nel n.* 1066 (1) gliela rinfaccia loham Baveca e, finalmente,
(1) Kon «n cha H
la m rmwr>i eh* »i
^-
Digli zodBjGoOgIc
nei n.* 1193 Pedr'Amigo. Anzi questi dne oHimi deter- minano fin dove airÌTÒ il bugiardo troTitore, e dicono che non si spinse oltre Montpellier (1). Basta questa circo- «.-tanza, che, cioè, Barroso abbia poetato sullo stesso argo- mento che tre tardissimi troratori, contemponinei di Al- fonso X, per inferire che egli poetò sotto questo stesso re. Tnttavia, vi è da allegare di questo un'altra prova, che è più decisÌTH ancora. Nella cant. 1056 di Barroso si le^^ la stanza segataie:
Fera non voa enston nada
mha. jd« nem mha tomada,
gradades com mlu espada
e com inea Farallo looro
bem da vila de Graada tragu'«u o oar*e o mooro.
la quale iiccenna g)àie i! Braga l'ha osservato a pagi- u» XXX VII, con tutta evidenza al posyeK>o pacifico di Gra- nata, e ci porta quindi ad un'epoca di molto posteriore al 1246, anno in cui Fernando III si rese tributario l'emiro di Granata, Alahmar. Se dopo tutto ciò si vorrà aucora KtuT suir ipotesi che l'autore della cant. 69 sia Alfonso Vili, bisognerà sostenere anche l'iiltra, che Pero Barroso, già, trovatore sotto il regno di costui, ci si facciii poi ritrovare ancor vivo e vegeto alla corte dì Alfonso X. Uuu bella
fiUi: « cv>ì. p^r liKid mie, tiene ■ licnnUK liBsU iBiliti dui uKdciiuio In OtÌedIc
(1)KM eod-CB. n.* US.n bHU II (nnalne &iicir'£uH, > Maolpellicr!
doyGoogle ^
CAXTIGiS DI ALFOKSO EL HABIO
longevità ìurero, che non ha iiiillu du invidiare a <iii'!Ha ri! Pero da Ponte e qualche altro ! (1).
Infine, la cant. n.° 77 è indirizzata anch' ewa cuntro un barone traditore: la terza e quarta stanza dicono:
(I) Da'DitImft prmr* ■ ]» pln forU, eb* la lietTO dal mdUHo dtllxttiwtcu- Ufi IIWT. U nueondo qnl In nota p« eoloro ob* aaa il »MnMDt»«rD dell» gli aUigite. lì BriRi Tnol b» di Pm Otmti Barrttt do tmnaatggSo dtttrmtt da fVta Sirrm < ooju «Df», agli dl«, allndun à tasUi* mali anlj((ia. sono ■ biUIba ile Acni; • tauuF^ a cnl al rifciiaoa ì apputo 11 o.° IIMI, In uni raro Bairoau mot- tifeia Paro d'Ambnia, parcba coitol aiaa dato ad tntaDdacs di caaen indato ad Arri, luntra In retiti Din arerà panato U man. Il Dram eolaa a Toloqnnl'allnuknis
lanca nella l.* croolata |ier opera di Saladino, o a qnella oIm aLba luogo nella >.■, per ovrl» del Cilatlanl. Uà Invece è cblaro cha data ooa'i antichi Don ti pownc nem- uwoo aoapettare : prlmleramante abblajuo gli Tlalo ohe I qnattro troratorl cha Int-
abblamo parecchi IitU I quali ci provano par Ti» dlratta che Pero d'Ambnia lu coaifmpoiueo di Alfonau It Sapienle. Ilei a.» UH CB Para Ha/aldo di noUila ■ Fm d'Ambroa dal proTvtdlmentl sba 11 re ha decretato di prende» contro l'abnao rkeda geni* d'OffllltiBDaai 1 dolutolo di Ira&ndar: a nall'nlUmA cobra conchtada:
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S.r. q.. IM «ha «do ,«u-.<.™. |
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Cbi, leggendo qnexta eaiiUea. non ricorderi U famou anpplUa cbe o |
el 13IS aninnt |
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1 ciani di poeti |
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I l'ibmo che del nabli titolo di IrtAnJar facevano 1 più volearl canti |
iitorle T A qua- |
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ohe AKunao X |
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1 provvedimeli U |
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• *na poatnu a |
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lOnU eantiga, aol ano faeinplare a atampa del ood. CB. |
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XoB retta quindi clic a trota» il nulo di aplegare come, nel lem |
pi di Alt.-...». X. |
Birmo potcane tllndcrr ad una crociata d'Aeri. E qneato al fi preato. Giacomo 1 d'Anfana nel 11C3 il reco Inlilalore d' una cKWlata, a cnl eontrlbni anche Alfonao X coBsomlnl e danaio. Fero leene andarono male: la dotta la aorprtaa da noa gran trmptata; aieeli* una parte di eaaa dovè fermaral a UontpelUcr, neutro l' altra pm- •rgni ed arrivò ad Aeri (BoiauDv S^iKT-Hiuinn, IV, in), t IndublUlo eh* Faro d'Ambroa e Saatr'EanM prewro parte a qneata crociata e. mentre InnWD tn quelli
viittino dopo 11 lift, ma anche Suelr'Eanca, Inlomu m3 quale non abbiam nulla
u-
Diai.zodBjGoOglc
itti e. DB LOLLU
0 que fllhou gma sokUda e DHnai fet <»iVtUg«d&, i pM non ir à Gnada,
qne favoneia: M é rìc'oiaem on ha mesnada
maldito Beia!
O qne meteo tut tale^a poue'aver e mnyta ineip, è por aaa entrar na Teiga
qne favoneìs:
paye chns mol'i qne mantenga
maldito soia!
Qui l'oscurità doq è molta e ni comprende benissimo che il poAtii è indignato .contro un vigliacco biuYiue che pr«.se I» solibula e « rifìiitò poi di entrare nella celebre Ve{pt dì Grninnta, contro gli Infedeli. Con tutto ciò non pu& aver nulla che fare Alfonso Vili: l'impresa di Granata non fu mai tentata da lui, nemmeno anzi imma^nuta, mentre Al- fonHO X ebbe ripetutamente a far delle spedizioni contro quell'ultimo ricettacolo dei Mori (I).
Ma lasciami ornai le battaglie e andiamo in traccia delle' donne celebrate da questo re poeta. Delle 19 poesie a Ini attril)uìte, nessuna ve n'è, cof<a strana, che possa chiamarsi cantigli d'amor: mentre ve ne ha quattro, che, pur rien- trando tm le ojintigits d' escornho, trattano, senza alcun ri- guardo al pudore, argomenti osceni. Chi fa le spese della cant. 61 è la soldìdeira per nome BiUteira. Costei si trora
<I) n Bnn ■ p^. IXXVI TlGondiiaa ill'ipoa di Fenuiido in la cutliu da bbIso eb« kllDdoDo tilt tlfsmUi fiitla nal territorio di Gruuu. Ontunute, oltn cliii mir apoca di FanaDJo IH, ma bob poiKuio rU^rlnl cba i qnclla di AldMua X : rololit ni kìJODMo Tm di CuU|[IÌK, né ilIoaBo CE di Iinou», DÌ >]cbb alm dal pilB- olpl loro enutnuponnal tantuoBo Vlmprn» di Gnuta. Fa Farnando m che la ■iiinrlnii<> asl 13M ; «irU parò al aceontcatti di rcndarwU trlbnurli, UiciandoUt la poHnao dei Uori, totta aa loro Eiolro. DI 4n«t4 tu* dfibolen pa(b il fio «io HrIId AlroniKi X: polcbc I Mori di OnnaU.d.<roivFna-prllUa lo alleailopfr Ibdiid (aiupo 11 iu»UH»(a drlla rtocoaHi. luivnoru flualiuinle uri 1X6 eoolro 11 dubita Al- foB>i< S e ull Jeltrru hd unw <li ttrt uuu agli bIUwI uiul iIuUk au tIU.
rdBjGoogle ^i
cumius m lumao n. buio 57
esaUtt parecchie sitre rolte, Sa poeti dirersi, cohI nel cod. ViL come nel GB. Nel Vai. la prendono a soggetto delle loro «antigas, nd n.* 982 Pero Gar^ia Burgalee, e nei D.' 1070, 1129, 1203 e 1197 tre trovatoTi che noi già co- nosciamo, loham Baveca, Pero d'Àmbroa e Pedr'Àmìgo; Del CB si rifeiiscono alla stessa il n.* 1501 di Fernam relbo, i D.' 1506 e 1509 di Vaasco Perez Fardal (1) e il 1574 di Pero d'Àmbroa.
Di loham Baveca, Pero d'Àmbroa u Fedr^Amigo ab- biamo dimostrato all'evidenza che appartennero all^ epoca di Alfonso X (2); dì Pero Oar^la Burgalez e Vaasco Perez posòamo asserir lo stesso: difatti, il primo nel n.* 193 CB fa menzione di lobati Coelho (3), e Vaasco Perez appunto nell'or citato n.* 1509 tenzona con Pedr'Amigo, prendendo ad argomento Balteira. Ora, tatti questa ci rappresentano Balteira per osa donna di mal' affare, appunto come fa re Alfonso nel n.* 64. Anzi uno di essi, Fero d'Àmbroa, oltre che celebrarla come tale in due cantigas, fa in relazioni amorose con essa, secondo ci attesta Vaasco Perez Pardal nel a.* 1506 GB. Kon e' è bisogno di dirlo, il mestiere che costei esercitava è inconciliabile con una età avanzata; e ie à ammette che essa incominciasse ad esercitarlo sotto Alfonso Vili, riesce inconcepibile che non fosse stata giu- bilata sotto Alfonso X e desse ancora allora occasione aUe chitarrate dei trovatori (4).
(I) U auUIlin» ueiU n» Carla a» Omialiint ci ittarti gb* aal euunlal* di
(1) ttt Iidua Barsu a Paro d'Ambma t. »|m > pif. U. b.* 1, dm al dl- wrtn Ebe la f il* di ytre d-Anbna ■ Mootpalllai, eaotaU b*1 b.° IOM da lobam Bitta, ebbe Inngo nal IMI. Qnuibi a quello, «Tramo plt 1b U la prora la piò UsiiaiiU della ne relulcid diretta «» AlIoBao X.
(I| VI Ini *. ■ paf M.
(i) La cast. IM* CB oBn a qnMto tlgiurlo an paaao dlOcoltoalaaltiio n mi i obbllgs nnmtn rarmud nn pochina. SI tratta, coma abMaB» già tIKo, di usa (•■BM tra Taaaeo Perei Pardi! e Pedr'Amigo: eecoaa la due prime atanu:
Diai.zodBjGoOglc
Ed eccoci fiaaJmmte alla eaat. 66 di Re Alfintio, V ultima cbe ci ietti atd euniiure. Im. prima sbofe dice:
Pero da PiMilie h», scahor, gran peccado De «eas caidaicc qae d toj fattar
Onve craoi leaipo. d l'oa qner lograr E d'oatrut mnjUa qne noni sej coniar, ForqiM q'aada vistido e hoorado.
Qui, non c'è dubbio, d paiia di Àffona'Eanes de Cotom come morto (I), e dal tono con cui re Alfonso parla dì lui
(1) Il Bn(a espi qnt«lo uiclu Ini, • > pai. LT <iei ìwim* : < mh At-m— IX il UutclU e dr Imo dli qn* P-td da Parta tanàa _ cm toou Kann 4r CMuhi, > falkelda. .. >, »pbii* a F^ XXVm. &.- l. Al i«<ws In I Inralprl drlU corte di AlfCMO m: Sa MB mMb H «w
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cimeli DI ILTONSO EL SIBIO
si alimenta che 1> sua morte datasse da lunga pezza: qne qaanlo «1 laundo
poiqiM ^aBda natido e boonulo
cora'i o que ^"anda urufado
E pojrs nom ha qnem n'o porem retar que^n, seni ey hmjw por mi retado.
Qnell'oje, ripetato dne Tolt«, non fa supporre un ieri abbastanza lontano ? e quei dne versi della fiinda non fanno forse intendere come già da tempo Pero da Ponte Tira dei cantari per mala via ereditati da Alfonso di Cotoni, senza cbe nessQD altro abbia protestato, finché ora finalmente re Alfonso si è deciso lui a trarlo in giudizio?
Or bene: ammesso cbe corra un non piccolo intervallo di tempo tra la morte di Cotom e la data di questa can- ti^^a 68 e die l'autore di essa sia Alfonso Vili ; basta ricor- derà che questi morì nel 1214, per venire alla conclusione irrefragabile che Cotom dove morire sulla fine del sec. XII. il impossibile a noi accettare questa data così remota, che ci renderebbe inesplicabili parecchi fatti.
Pero da Ponte, con cui egli fu in relazioni strettissime (1), lo ritroviamo ancor vegeto trovatore sotto Alfonso X, la cui ascensione al trono feste^a nel n,' 574. Sueir'Eanes, altro trovatore con cui Cotom fu in relazione diretta (il n.' 1117 è Qua tenzone tra i due), è contemporaneo dì Pero da Ponte che gli dedica tre cantigas, 1170, 1179, 1184; e abbiamo
f n (m. IttH. «oa» Mi le tnTUBW vln lUa e.irta di AlRmu II[. sba iBsomluelb > n^uit Mi lUCt Xi. qoHl slò noa bagtaw«, In qoHU uedHima euUa* " BnolmiB' LmvLXXm) tTOTaalliulonl nMantl a D.Ptdn), tntallo di Alfcnu U di Potioftlla; weoDda Ini, Il D. Pad» dalla tana ttaata, olia donabb' Haera In- pircaui, Bnbba appasta l'IsflnU. Ha oona e'antn qui D. Pediv InfuiMI Ctr- tnnuaata qvtì tltalo onorUeo di rfeii ì premaiao al noma di Pero da PoqM prr taOHi. eeaia •< trnTa ■paaa» D-Ue eantliiu d' CKanha « nella traumi (t. p. n. 1 (.' MS, MI, 1014, 11» a iU», atì qiula ultlBM al coneada il ano bravo don allo
(I) T. aachi 11 n.° IH eba à nna tMUune tia Pero da Fante e Cotom.
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60 e. UE LOLUS
provato aoprft come vivesse e non fosse veecliio nel 1269 (I). In terzo Inogo, Cotom nella cani. 1149 mentovR lohan Fernandee o mauro (2); ma noi abbiamo gik vifito ohe la eant. 1013 di loham Coelho contro questo stesso personag- ^o porta la data sicura del 1241: a quanti anni innanzi rimonterà la cant. 1149 di Cotom? Si tratterebbe di pa- recchie desine d'anni, certamente. E credibile che dopo tanti anni questo personaggio seguitasse ad esser bersaglio dei motti dei trovatori? È naturale invece sapporre che i personaggi ricordati in varj componimenti di vsrj po^ti abbiano avuto il momento di moda, che li ha resi argo- mento adatto olla satira, momento di attualità che non po- teva divenire nn» tradizione. Così che tutti i componimenti che volgono intomo ad una di queste vittime della maldi- cenza poetica debbono rentringerKi intomo ulla stc-ma data, approssì mativamente.
Tutto questo considerato, antore della cant. 68 non può essere Alfonso Vili.
lU
£ cosi, in conclusione, le relazioni, dirette od indirette, chi; ci è riuscito di stabilire tra il Ile poeta autore delle canti^iis 61-79 e molti trovatori dei canzonieri port<>ghe*i, benché rcHtinn valuti in un periodo di tempo nblMist-nnzn largo, a))])iijono tutte poi^teriori al primo decennio del se- colo XIII , col quale fini il regno di Alfonra VIIL Quanto ad AlfonfK) IX, lo abbiamo dimostrato in principio, non >i ha nessun arjroment:» in »iio favore, a cominciare dalla indi- cazione che nel cod. Vat. accompagna quella serie di poetile.
(1) V. |Hf^ W, Q.* 1. ABgiaaifD qnl i-be nel 1M9 non «i
Ui Lo ridirai MB* no «ao enaiMffDO di ■nntan.tn <iiu ■1 d)vrrtl>*n« ■ axXtrecluU pel loro uodD di vtiUR. E il da D'U liti dlilp, fo auo ugosicBlu di luu sinblu t»|ip(i
Diai.zodBjGoOglc
cumcia DI AUOKso il aàbio 61
Rimane quindi la sola ipotesi da accettare, che l' autore di ti-aa àu proprio Alfonso X.
Ma prima di pronunciarci definitivamente, cotiHiiltiamo ancora un po' l'esterioritiL dei codici portoghesi, la quale ci potrà forse fornire la prora deciaiva che varrà a riassu- mere e coQTalidare tntte quelle finora accumulate.
U Bra^ è convinto, e ae ne rende ragione, che nei Canzonieri portoghesi a noi pervenuti non si contenga nulla di Alfonso el Sabio (1). Eppure, questi è il solo tra i re di Castiglia che venga ricordato come trovatore dal Marchese di Santillana nella celebre Carta ao CondestnvH: < N'eate reino de Castella poeton bem n Rei D. Affonso o sabio e eu vi quem viu dizeres sens >. AI tempo del Marchese (il quale, si badi, nacque nel 1398) sì conoscevano di Al- fonso X anche i dizeres che non possono essere che canti portoghesi, alla limosina (2), a giudicare dall'uso che di ((tiella e parole consimili fa il Santillana (3). Come mai di queste cantigas profane di Alfonso X nulla sarebbe a noi
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Diai.zodBjGoOglc
perreonto nei canzonieri porto^hed? Luciuido stare per un memento la serie Vaticaoii , di coi abbiamo discosBo fi- nora, noi siamo convinti che aaa parte del ano canzoniere amoroso ci è conaerrata dal codice Colocci-Brancnti, nella fierie che va dal n.° 467 al n.* 478. A db provare, non c'è bisogno, fortunatamente, di spendere molte parole: basta dire che il a.* 467, con coi ha principio detta serie, non è che la XXX delle Caittigas a Maria nel codice toledano (1). Tale scoperta, se ci interessa già per sé asaolntamente (2), ci interessa poi anche perché ci darà parecchie e vahde prove per dimostrare che la serie vaticana 61-79 non è che la continuazione di questa contenuta nel codice Coloccì-Bran- cati.
Difftttì:
1.* La rabrioa che il Colocci di suo pugno mise in teflta a questa serie del cod. GB è identica a quella che porta la serie Vaticana 61-79: < £1 Bey don Aff[on]so de Castella et de leon >. È indubitato che il ms. padre, quello cioè da cui il cod. Vat. e il CB furono esemplati, doveva autoriz- zare a ci& il Colocci. Vedremo or ora, al n.' 3, come egli, ciò &ceado, si uniformasse al cod. esemplare: notiamo in- tanto sin da ora che abbiamo così la miglior prova che
(1) Pai pilmo, vniB, parlb dMuunanU di qatMo cndMu 11 qtult. • quante ai pob «rioBMDUt* (UlU nui magnl&osDn, dOTÌ ««mt tnasritta per bowiwImImi» di Alfiinao itoaH), U Pidn Bunm. d*Ub «u pmnfnjlM S^jaiìialii. EsU >IUM« A* •] •no taapo al DtuuarTtva naita S. CMua ili HMfrf*. CoL alò cba m» Me* Il Bomwina Di O*ino, BM. Xi^Ii. ton. Q, pmg. Ul. Oi»U«B« IDtt poaata tm mOrf— • Iitti dulia Variiliia, tatta In portbfhtM. Qo(«U IM pel aon la prlna eka al taffoso ancba ■al eoo, dall' Eaonrlala, Il qoala M ba Mt In totta.
I. XXX dal mi. tsl*L, (»a ti !««■• Mi OB :
(I) I qnl, aabila appana anBDClatg tal btto. 103UD adampien lanon (t. paf. n, n.> S) di date» noa pcora crldaBUaaJma -1 «, dalle rrlaxlanl fra Àltanio X a ti tiorator* Pare d'Amtiroa. 1
Diai.zodBjGoogle
CàSTIOAS ui alfosso bl babio 6-'!
con tal mbrica non (A vuol denotare altri che Alfonso X el S&bìo.
2.' n n,* 478, con cui w chiude qae»ta serie del CB è un framinentia d'an gol verso, il primo, indabbiamente, d'noa rantì^. In esso it Poeta si rirolge a loham Rodrignez: loham Rodrìguii, velo voa qaeizar ;
t questo atesso personaggio figura nella cani. 64 della serie Vaticana. Di più. Con questo verso, nel cod. CB termina i! foglio, e ne segue uno bianco, il 106: col 107 poi in* comincia la serie 479-496, che è quella Vaticana ^•79, disposta nell'identico ordine. Manca dunque nel CB il componimento 61 del Vat., quello che apre la serie delle jioe^ie del re Alfonso. Come spiegare tal mancanza? Il n* 61 è acefalo nel cod. Vaticano: non ha che due stanze, le ultime certamente, poiché al di sopra di esse il Colocct DoUi: Desunt, postilla che tuo! significare certamente la mancanza non soltanto dei versi di questa poesia, ma di aitrì interi componimenti. Queste due stanze rimano tra di loro: fanno dunqiie parte d'ana «antiga a e<^>las iliihint avvero uitisAonaiis, per dirla alla provenzale. Ma il veri^u Ile nel CB chiude la serie 467-478 è un decasillabo con Illusa maschile, e questa chiusa è in -ar: e il primo verso li ciascuna delle due-stanze al n.* 61 Vat. è anch'etwo un lecasiUabo con la chiusa maschile -ar. In perciò non dnbit4i nato che il n.° 478 CB sia il primo verso di una cantigli coblas uniissonans, di cui il n.° 61 Vat. ci dà le due ultimi' :;inze. Si a^finnga che in queste il poeta appare inteso J impartir comiigli ad un tuie, e quel verso
lobam Rodrigaci, veio vas qaeixar Liscia appunto aspettare che il Poeta conforti di consigli lesto per^M>naggio che egli vede lamentarsi.
Co^l solo poi pub spiegarsi Tesser bianco il f. 106 nel 'I. CB. È noto cbi^ nel testo del cod. CB si distinguono ì .'scritture (1), le quali attestano come alla trawrizione
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64 e DE LOLIIB
aitendessero contemporaaeameDte tre copista s em Tenirano distribuiti i quinterni ieìV esemplare. Accadera spesso quindi che il quinterno ad uno di essi assegnato si chiudesse col principio di una poesia, trovandosi il resto di essa nel quin- terno assetato ad un altro. E questo è precisamente il caso nostro: dopo il n.* frammentario 478 rimane del quin- terno un^ altra carta (f. 106) che è bianca, e colla 107, in cui si l^gono il n. 62 YaL e Begg., incomincia nn altro quin- terno, scritto d'altra mano. Eridentemente dnnqne, il co- pista del primo quinterno, quello cioè che ra chiude col f. 106, trovò in fondo 'al quinterno dell'esemplare solo il primo verso del n." 478, e quello copiò, in fondo al f. 105, lasciando bianco il 106, per avore esaurita la materia del quinterno esemplare. II resto poi del componim^to «i tro- vava in principio del quinterno assegnato ad un altro : questi, probabilmente, trovandolo mancante del primo verso e quindi anche del nomerò d'ordine, tralasciò affatto di copiarlo, nella convinzione che l'altro copinta o forse anche il Colocci ste^'^o avrebbe colmato quella lacuna (1). In ultimo, è da notare a tal riguardo il richiamo che si legge, in alto, sul verso del f. 3*^, nel cod. Vat., là dove h il frammento 61: quento richiamo è scritto di mano del Colocci e dice: etir. lOG. Certo, egli volle notare che le due stauze portanti il n.* 61, da lui segnato come frammento, dovevano, come seguito del n.° 478 dell'altro apografo, andure in e«<A0 a carta KMJ, l'ultima carta, bianca, come abbiamo visto, del quinterno. Se non fox-te per ciò, a che egli farebbe nn richiamo a i|ne~tn carta biuuca ?
«MlF eb>glf iMcfkHC dA ptrt* i Hii TFr*l tb« di phi coTvb %i troTarA ruerlH* le Un* •rgarntl eba «nao comiilFts II Celncci poi nmb I* li vi uisoaDlo DOD Ptibt 11 lampo d II modo di «ImarU. UunU t Kiup .D'IpoMil chr fardiiuo e carni Ulp MlIUntn It pTrnanUsm» al Irltjn.
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cjsnatB DI ÀLFono il ubio <Ì5
3.* VA eoi. GB, U serie 467-478, qnelU, doè, che in- dablniunente appartiene ad Alfonso X, costa dodici compont- nienti, secondo la Qamerozione del testo (1); T aitai 479-496 ne conta 18: il cod. YaL poi nella serie 61-79 ce ne dà 19. Ammesso quindi ehe debbano Tinnirsi le due serie GB, op- pure, ciò che Tale lo stesso, che la prima di esse dehba torxaaxe nn sol tutto colla serie Vaticana , fondendo in ano il n.* 478 CB e il n.' 61 Vat., la serie complessiva risal- tante conterrà, in qualunque dei due casi, SO poesie. Eb- bene : nel Gaiologo degli Anton Portoghesi (2) che il Colocd compilò sul ms. esemplare delle copie a noi perrenate, al Ry don Affonso de Casidla et de Leon è assegnata una serie di 30 poesie, da ik' 467 a 496 incluso, che sono precisa- mente gli stessi numeri che segnano, i termini estremi (3) della longa serie del cod. GB restituita da noi per intero al solo Alfonso X. Koi che sappiamo con quanta accora- tezza r emdito marchigiano attendesse a tali riscontri e tali ricerche, ci riteniamo certi che il codice, sul quale egli com- pilava il catalogo, attrìbnÌTa sonz^ altro le trenta cantigos ad nn solo, cioè al Rcif don Affonso de Castdla et de Leon, e che sull'autorità di esso il Golocci pose questa rubrica, nel
(1) n n.* Ili i portato dk nn bnT* fnnmcato Ib otMIiIlana poro; X.,* uru d..i. M n).
H omiinnliiieiite eliB aegnt. In pt. Dm i comimUto lulla nnmamioDi; f) n.*lt« ripele per da* componlnuinU ctnuKcnClil ; inoltn, bUosDl Kcrinn dal D.* UH i tnimiaiito M>mpp«togU di S daeuilltbl gtemUeJ. Blcobé, In Malli, qiie*ta m ■mbbe di qatDdlel eoinpanlmaDtl.
{:) n ÌLtatt, atta la «coiiit-Dal eod Tat. sili. Io pnbblleiilg ippradlM! ■! ca nlm porloglMM Vulcua ««tj.
(» Kel GB difUtl 11 n.* UT è portalo lUIU uotlga
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66 CUnSU DI ALFONSO BL BUIO
CB, in testa alla cantìffa a Moria che apre la serie com- plessiva 467-496 (1).
E adesso finalmente che mi pare di aver eliminato o^ dnbbio dalla coscienza mìa, e, oso anche sperure, da qnella del lettore, concludo che questo Bey don Affonso de Castdla et de Leom in ambedue i canzonieri portojfhesi non può es- sere altri che Alfonso el Sabio, il quale regnò dal 1252 al 1284.
Così, l'opera sua trorodorica è ampiamente rappresen- tata nei canzonieri portoghesi da un complesso di 33 poe- sie (2), le qoali eon ripartite nettamente in cantigas d'amor e cantigas de maldizer, ì due generi, cioè, che costitui- scono i due grappi tra cui i Canzonieri portoghesi siatema- ticameate ripartiscono le poesie dei principali trovatori. La parte comune al cod. Vat. e al CB non ci dà che cant^as de maldizer, fatto che già da solo indace nel sospetto che in quella raccolta delle poesie di Alfonso sia mancante qual- che parte: e appnnto la parte mancante, che è quella che si Ic^e solo nel CB, contiene a principio, subito dopo la cantiga in lode di Maria, le poesie amorose. Di cantigas d'aiuigo non ve ne ha alcuna, a mene che non si voglia come tale considerare il frammento 475 GB, che veramente ù d'intonazione popolare.' Ma l'arte di Alfonso X, il più dotto re dei suoi tempi, aveva forse delle pretensioni troppo aristocratiche perché potesse ab1)a«ìariìi a quel genere vol- gare eh? fu invece cosi coro a D. Dionisio di Portogallo.
CeSUI de LoLLiS
(1) È oblucduMiLlOT, quello eh«Tlaoni1iltodo)M>abUDea,lnoi»lniiluwra eoi S.* 4T* lepBBdad'nii tn)ntondlTengdiU'>at(>ndeln,i «IT-tTB, il Oolocd irrabbe loro mrenMi !■ rtUtJT* rnbrin.
(S) DK ' n B non 30, fcnhi t1 computo fi fnniDicui < atnnni iHWlo In teita ftl n." iW, 0 lo nnt. iTl"-, *74"', die 11 Colixel oon uiunrerii ni nft coO. CD no uri Calali^ ifi .1n(*ri FtrfaiAnà.
Diai.zodBjGoOglc
OSSERVAZIONI SULL'ALBA BILINGUE DEL eoa KEQJNA U62
Sull'alba latino-romanza cbe GioTanni Schinidt tra&ic alla luce dal codice vaticano Regina 1462 ed illutitrò con osservazioni sne e del Sachìer in una rivista destinata a (^tndi di filolc^a germanica (1), e che in nn' altra riviste congenere fii poi subito presa a studiare da L. Lolstner (2), l'attenzione dei romanisti fa richiamata vivamente dal Li- tcraliìrUatt fiir deat. und roman. PitiUUògie (III, 37, gen- uajo 1882) e da un Report on the Philology of Uic romance hiiguaffcs presentato dallo Stengel olla Philologicat Socictif di Loiidra(pi^. 137-138 dell'll.' Address presidenziale). E lo Stengel, cui giù doveva Ìl Literaturblatf un'interpreta- zione del ritornello volgare di questa poesia, discorse an- cora di essa sotto vari rispetti nello scrìtto intitolato Ber Eitlwiclcliiiu/xffnnfi drr prowiisidisclirn AUta{ZfU. fiir rommt. Pluìoìoific, IX, 407), e nell'altro Utibcr dai lalcinischiii Vrsprung lìer romanischeii FUiifidinsiliiner wul damit tcr- ìcandtcr tceitercr Vcrsarten (MisceUauca di Filologia e Lia- gnistlea in memoria di N. Caiz e U. A. Canello, pag. S). S'allungano, a complemento della rassegna, le poulia cose dette in proposito da L. Ikdmer(i>tc voìkstiimlidten Dichi- «ngsartcn der aUprov. Lyriì:, Marburg, 1884, nel n.' 2ti delle Atiftg. M. Ahh., pag. 3), e dal Eurting {Enct/clopacdic u. Méltoddogie dcr roman. FhHol., II, 438),
Il documento è degno davvero di sommo inter&'i.se. Primo esempio che ^i conosca di Alba e primo in pari
0} auiri/l /ir ^tiU.J1iaiiL bits-'nn E. HOrmiui o. t.HfHKn, i. XUtl« [>) 2«r i»/<tf(B JIte;DrII( 0trmmi«.t. XXVI (1881), PM. tlri-«M.
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tempo di una composizione minta di Tersi latini e Toljfarì, eìwo avrebbe già dae titoli per pretendere a un posto molto onorevole nelln storia letteraria del medio evo. Ma ancora si aggiunge, che per poco cbe sia da dar ragione allo Scbmidt, che dice non potersi far la scrittura troppo più recente che il principio del secolo X, nel ritornello noi ci si trova aver dinanzi il più antico monnmento della poesia e della lingaa provenzale.
Della provenzale; giacché dell^eitser questo il linguaggio coi il ritornello volgare vada assegnato, non dubitò fino dai principio lo Schmidt, e non dubitarono gli altri. E con ragione di certo. Bensì sarà lecito dubitare che possano accettarsi le interpretazioni proposte finora.
Avanti di discutere, comincicrò dal metter qui la poesia tutta intera in forma di copia diplomatica del testo vati- cano, omessi molto a malincnorc i neumi, che solo una ripro- duDone fotografica potrìi rendere esattamente. U carattere è minntissìmo.
PhebìelarD uondom arto iobore; FeK aurora lamentcrris tenue
SpicuUtnr pl^s dgunal sargìte; Lnlliu par nnUL'niar atra sol (1)
Poypas aliigìl miraclar tcnebras ; Eiiiucaulod o^tìmu insilile
Torpentesi]; glisc ani intorti pere ^ Quo.-su.iiU: prcrt) <'Uiu.-it(2) iiut^ro
Liolba [Kirt uniJ.'iaar atra sul; l'uy pas allibii iniradar IcqcItt.is
Abarcturo di>%'recal' aiinilo; Puliiiuiis ronluut astra mdìds
Orienti tentai' septeutrio; l^ln]uut uiuA.iuar atro sul; Poy [pas abifil (3)
(1) n rlH-iH. «n* btm lU* MCb* lo Sceubt (pm. SSt), n nnUlo In rliion.i). Tra** U shlkTe d^II'^mn Del B>Dm& ai tmn oriaostate anrappoiU il •cmnito n. IkBÌH* l'ctibcrg ■ toatanim; e eli cke 1^ endats lu fIiwmi duvet-
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avW ALBA 1>EL COD. uo. 1462 fi!)
Ed ora, per mi^^or comodo, «^ginngiiiino ancora da solo il ritornello, disponendone i vera tn colonna e sepa- randone gli elemenlà dove sulla separanone non pnù esserci dubbio:
L'alba part(o par) ninet mar atta sol Poypu (o Poj pas) abigil mindar Ubebns.
U senso compiuto di qaesta serie di parole non si af- faccia subito darrero Ini stesso, per quanto alcuni Toca- boli ci suonino familiari. Si sforza di costringerlo a uscir fnori il Sochier movendo dalla lenone pari e scomponendo Po!/i>as abiffiì miraclar in Rnf pas* a higil mira dar: pro- cedimento per sé fitesBO più che legittimo. Piirl per lui è l'a\~Terhio locale ben noto; poy è poggio; in nitm gli par ^a da Tedere nn imperativo, e in clar un predicato di tcno- hras. La parola più difficile da masticare è hiffU. U Sucbier la >piega identificandola col francese bigie, voce per cui già fu uie?>a inDnnzi l'ctim&Iogin da oìAìquvs, e ch'egli, con multa verosimiglianza, riporterebbe ad Miculus. Sicché, c^li conchiude, il senso verrebbe ad esser questo: < L'alba di là dril'nmido mare attira il sole (1). Esso, guardando torto (2), paspa il poggio. Mira, son chiare le tenebre! »
Lo Stengcl accetta, le divisioni del Suchier e la sua di- chi.iTuzione di higil, salvo il dare al vocabolo un valore più generale, che l' etimologia da óbliquus od oUicuìus giustifica npiiioiio. Mira peraltro è preso da lui come indicativo. Ma la difTtrenza maggiore consiste nell' adottarsi la lezione par, mcttL-sdo così nn verbo al pcwto di una preposizione. Quanto a pilli, si considera come una grafia dovuta a influenza la- tina. Ed ecco lu spiegazione: < L'alba appare, il sole at- tme r nniido mare , passa di sbieco il poggio, luminosa- mente riiichiara le tenebre (3) >.
(1) CD-. &dl'i]l« tMtaan, «trlbnlM • Onlniit d* BnMll. Biii ^tnw. • . . En
<3l<Bclikleii<l>.
[9)'DacMli>t baU die Setiatten > nella mMOBa MdMea,*ih[iKt brlsbll.v uiwu ' Die diikncH > dcH'IucIfiic.
Diai.zodBjGoOglc
70 p. uju
Le maggiori obbiezioni cbe aon da mnorere all'inter- pretazione del Sucbier colpiscono del pari qnella dello StengcL Ciascuna delle dae suscita tnttaTÌa aDch« difficoltà «ne proprie ; ed è bene rìfiarm da queste. Di peculiare al Sncbier noterò quel < Clar tenebrasi > esclamazione d'nna breriloqnenza, efficace, se si noie, ma poco presumibile. Poi, il Benso attribuito ad a bigtl non pnò stare ee non in quanto )a frase si riferisca al sole; soltanto alla personifi- cazione del Bole essa può convenire; e co^ difatti s'in- tende (1): ma urtando contro nno scoglio, giacché il sole, oggetto nel primo Terso, mal può diventar eoggetto nel secondo senza esservi rappresentato da nn pronome. S'ag- giunga altrcBÌ che l'immagine che ne risulta, se può parere ingegnoiia e piacere a noi, gente del secolo .XIS (2), stori- cunioutc non è qni punto verosiniile.
Allo Stengel non so se sìa da rimproverar molto, o poco, la tnuluzioDe di mira. S'egli pensò che questo vocabolo, attraverso a < specchiare > potesse giungere propriamente al significato di < rischiarare >, il suo è un grave torto; se invece intese < guarda », e col « rischiara » volle solo ren- dere liberamente l'idea, si può trovare che la libertà è un poco eccessiva e qui non bene a proposito, mn la sostanza delle -cose riman salva. Disapproverò piii recisamente che tra p'ir e pari si scelga la lezione dataci una volta sola a preferenza di quella che occorre in due luoghi. Che re- plicatiunente abbia scritto part per mera influenza latina chi II accanto non s'è punto lasciato indurre da cotale in- fluenza a darci, se anche non ìuiiìiid Ituiactl, pur lo meno
(I) Onci 'bv 1> Tpnioiw ■Bemtt. rfaterlur pM uiflle Dna ipHlc di (wnirnrtitn
■l<oa>lr crrt» aueho tir Idia del Indnllm : * . . . alM risi- uiMbaiilicli I> I» u>Ue<'. ix-v tlKh planUMlM-lK' ncblldcnDU d« la dm phiHH deb TulzlrlicTMIcD >i'iiuruanlgaDin. ulaalpint Ton d.T Alba uitcHBdlst «ad eldrlipaai tirnaf^icgcu, airb blDiirder Birrntflnlnttbl.dEiuiTaitnKqrcntm» ducuanij^, » n ngvn.aVr dm bacai bi'rtlx-ruiiiH md (iHtUcb la tonar BMjaMìt un lilmUicl oTKLciut, dli: acliallvu dt-r d:!!!»!.-»!!!. die nock dw lind bodcAes. Im bq Tcrharad. > R)V. 1.
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sull'alba tm. 00». ma. 1462 71
vmid o umed (1), Don è Terosimile. Qouito alia m&nc&nza del 5 flessionale in sol, non mi conunoverebbe, trattandosi dì un vocabolo che non aveva il s neppore nel nominativo ktiao; ma quel sole che attrae il mare, non ho davrero come possa star qui. È il fenomeno dell'evaporazione che Terrebbe, se mai, ad essere significato (2); e nessuno intanto mi contesterà che il modo di esprimer la cosa sia molto etrano per una composizione come la nostra. Ma la stra- nezza dell'espressione è ancora il mate minore: il pe^o si è che non regge assolutamente il concetto. Perche reg- gesse, dovremmo essere alle ore calde del giorno (3j; e in-
(1) HoD TDglla IniMer* nUs ODUMTTatkaa ùeìt'K f^* " matlTo dal muis lu In oiliumi ma non tm]mBd«rù di botar* die hi gn£^ eoWh è frvqnMito u»] ?1 prOTUualo.dDll'atà cUiklo. Ed A ad i *d eu) tempo a'ha dlppartntto d tdpif fiamoH, ci» rtglatn lnu*il, hiAifa, niriliumil. B'Intrnda che lo qnn miu II conaarruime deU' i a'Ju d> lega» a accopplan oon uso ifoilameato di
(3) KoD Ira lacdalo di domaDdirml, ae non 1 loleaa algulflcara Iiitcco bh i
lonli ebo aurebUa (eotata di narcaia un apjwiwio lu mia coiRikn» ben orria di r"l tniiJ In ^r tiiMii, o aache jxvf Untici. Ha l'aplnsala tlcu niPDo qoiuido al l'UDorge cha itmti, coma Thlnm poi, ha ottima laglon d' eaaera. E l'idaa dal rl- emtiuwnta io non «o che al ala «tata — Don neghlam troppo laDia blaogno — ■K'tmao 1 freeie 1 latini, uè dorante 11 medio «io. L'ha tanto poco VltsUlo.sba và iBoriara l'aH>arli dell'anron prodauuenta eoi fatto oppoito. dd poaar* tm- pn^lH d'cjffnl «omo di viAto, a dot renderaj 11 mara parfottamanta tranquillo pw., VII. 15-38). Ben allm eoaa da qndla Dba qui al rlebledei^bba i l'aura lanDUi- lUMcedcell albori >(Puri., XXIV, IU)i qneU- < òn mattnUna • clia l' alba al eaocU luouil D clic h appcua < tremolai . . 1* marina i, Uevemesla Inorcapata (]b„ t 111).
■tntulil IsRoatmibUI; a osai rlaparmJo loro l'olftosto dall' eaaer meaao Inntnii nnl- custBta pel vcdenl ntbito MartaM.
(3) Qnlndl sci Culti (t. 101-103) afrcm qncato Intlo li dorè d •) *nal rapprs- natue & aola il naiidlaiio :
■0 patn:tib« oaaervart eL> par 1 da* Oceani qoall a' InunailoaiaDa, gln- rjclti della terra, H aola d donra tnnai proa- l'cDo e uaicora af^rato per l'allro. Ma ebe ■ de ad ìHo eoiiaeKiMiiaa dM B* rembbani non penai ncnonanant* Il poeta, il ea> W* (li da >«, ed 1 pM dtmiBtiato piMltliamento dal Jlmma». -^ Anorto ebe nel
Diai.zodBjGoOglc
vece Siam proprio al primo albegj^re. Ci u è detto sabito ni principio che il aole non è neppore spuntato:
Pbd>i Clara nondtun orto tubare Fert anrora hunen tenie tenne.
E aucord tii ripete all'ultimo, in qnanto solo adesso van qtarendo dagli ocelli le stelle:
Pedi snos eoadnnt artia radìos, Orìeati teoditar septeotrio.
Che se alcano mi dice^(^e che di fronte alla parie latina delle siogole strofe il ritornello volgare rappresenta e ri- presenta Tolta per volta nna progressione che dall' alba va fino iillo sfolgoreggiare del sole (1), osserverei che queste Bon raffinatezze soverchie; che a cotale idea potrebbero, s-c mai, prestnrsi la prima strofa e la terza, ma che ad essa mal risponde la seconda ; e che poi ad ogni modo la progre^-- doae richiederebbe che il mare attratto dal Fole venisse perlomeno nell' ultimo posto. E per qnauto laminosi, i suoi raggi sarebbero a qneste ore deboli sempre.
Veniamo olle obbiezioni comuni. L'identificazione di bii/il col bii/lc frwicese immaginata dal Suchier, accolta dallo Stengel, non è sostenibile. Giìi, posta T etimologia da MiriiÌMS, la soppressione del primo 1 per mgionr eufo- nica non la no capire abbastanza ^e non in quanto il secondo, per la cadata dell' /i mediano, venisse et'.'o pure a tiiniirsi complicato colla consonante precedente: starà bene higlc da ì^igif, come foible in cambio di floilAc; ma cosa imiiedi^se a lÀigfA-^ rimanere, non so veder troppo. Rassegniamoci tuttavia anche a qnesta ridnzione: è hlg<A, non hiijH — lo
Ttpatin II pMM bo wrHIo di i«ii|iii^lu (fim eolia Tscdie ciUiIibI, iiatce dJ (i-i romr poDC [1 Ribbrck. iwffDlto étti BaaolBt b dal FoTbifipr. Cna bnoiu pa« di qnntl rrfdel FKnci. <1 P"' bt contro di «4 la nilant rlliilacuMelif, • pJ« anron, per tU bea rMrUa, la craii nflOM de] ita—.
(I) L-Uea dolU |«i«mrt«M. HMttiU pmltru al rllnnirllc, i m<rr« . enuu «'è vMo, tu ecita parole riportata pac'aual lu buU, >ua io oc del SikUct o dillo
dOyGoOgIc
8CU.* ALBA DEL COD. EBC. 14fi2 73
i>a benissimo e lo dice il Sndiier — che ci doTremmo a^^pet- tare. Sigil ci espone a un doppio ^ajo. La necessità di attribniie graficamente a g dinanzi a i il valore gottarale che nella prononzia aveva pndiito da molti secoli, non è una difficoltà tanto le^iera. Ma poi il mutamento dell'o in t, assolatamente non si pnb ammettere, davanti soprattutto ad una consonante che favorisce il snono di o ; il confronto di scgud, eatal. aegol, lat. volg. secale, è fuor d' ogni proposito.
Altri malanni appariranno ben diiari se costringeremo ii essere letterali le traduzioni libere del Sachier e dello StengeL II Sncbier dovrebbe tradurre: < L'alba di là da Qiuido mare attrae sole; po^io passa guardando torto. Hira: chiaro tenebre! > . E Io Stengel: « L'alba appare; umido mare attrae sole; poggio passa di sbieco; illumina chiaro tenebre». 0 che sorta di lingo^gio è cotesto? Diciampore arditamente che nessun individuo di nessuna popolazione romanza si espresse mai in siffatta maniera.
Infatti, si commettono qui offese contro l'ordine delle parole portato dalle consuetudini neolatine. Potremmo am- mettere il < more attrae sole > se il sole ci venisse innanzi con qualche seguo che lo desse a riconoscere per soggetto; niaqni, come s'è visto, cotal condizione ci manca, E quanto li Pog posa, proprio non vedo scusa che valga.
Come non ne vedo di quell' affacciorcisi l'articolo al prin- cipio con alba per altrimenti non rimostrarsi. Certo le pib delle omissioni, interrogate isolatamente, possono dare buon conto dì sé. Nessuna meravìglia di tenebras, dacché, se rintf!grit]\ fonetica ci qualifica sempre questa voce nel terri- torio gallico come di tradizione dotta, qui l' accento, indubbia- inente sull'ultima sìllaba, mostra chiaro che abbiamo a fare addirìttnra colla forma stessa latina. Nessuna meraviglia nep- pure dei pati utwA mar, giacché, con e senza preposizioni av- verbiali che gli diano carattere di fbnuota (1), accade d'incon- trare mar senza articolo: ricorderò T nsitatissìmo olire-mare
a TiMMmiIaM r«H1«i[BH del Dm, put. X
\4- ^
Diai.zodBjGoOglc
74 P. KiJKA
italiano, il de lai nier di testi francesi (1), il qtiepasseìi mar, del Boezio provenzale (t. 56). E se non fosse per l'agg^t- tÌTo, il caso nostro cadrebbe nella categoria delle forinole; ma se l' aggettivo nuoce sotto questo rispetto al valore della giustificazione, marcisce poi subito il dnnno, se si consi- dera elle naeWuniet mar, strano in sé medesimo, tuoI rite- nersi traituzione o reminiscenza dell' /(KiiitWa marta virgiliano {Acn., V, 594), il che viene a dire cbe non dobbiam qui aspettarci la manifestazione piena e spontanea dell'uso vol- gare. Àncbe di sol, od anri, cbe vale ancor più, di soleil, soleilh, abbiam molti esempi senza articolo (2); sicché per sé stesso potrebbe assai bene passare. Ma non credo che possa trovar scusa il Poy. E non pub trovar scasa un numero cosi cospicuo di deviazioni dall'uso romanzo, fossero pur legittime tutte prese ad una ad una, quando vengano ad accumularsi in due soli ver^i, che non si direbbero più scritti in volgTire, bensì nella più smaccata lin^a Sdenziana. Queste ultime difficoltà sarebbero tolte in parte, seguendo una certa idea che lo Stengel accennò senza svolgerla l'ul- tima volta che ritornò sul soggetto (3): idea giù espret^sa e Bosteniitii dal Laistner (pag. 146), intendendo peraltro in modo diverso. Perché non dovrebbe poif, dice lo Stengel, poter esser jmi i? > Ed egli vorrù, se non erro, fondarsi sul notÌEsimo costume paleografico, di dare all't finale la forma del j. Bieche ij pujii equivalere ad y. — Che il costume ri- salga così ulto, davvero non credo; e ad ogni modo credo di dovere escludere che la possibilità di leggere in rotai ma- niera ci sia per il codice nostro, sicché bitiOguerebbe rin- viarla congetturalmente ad un suo esemplare. Ed ancora resterebbe la difficoltà, come mai, chi si trovasse avere j>oi t
|l) < Et U&t de •MidKlcn da nj il ìlimillm In ilndrculIlsU edito dsl Kltroì. D credo inch* piò >i>eHei, unDllk ddl'utindu. Olhrin, v, tO: •£! ilr cs U da la U ucTi Bliulliuvnle nel Ihvt B^iart, >. SCfiic Dio w In quanU allrl Invglil.
(1) V. Dm, enmm.. m. N.
(1) Slitntt. ti nitL. ft- '•
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SCU'UBt DEL COD. BSfl. 14G2 75
nella mente, in cambio di nnire t con poi, non lo lasciasse solo, o piattoeto non lo congiongesse colla Toce che se^e, alla quale Torrebb^esser riferito per il senso. Sennonché, finendoci lecito di considerare l'ipotesi senza domandarne conto alla paleografia, doTiem riconoscere che essa paò chie- dere un Talido sostegno ad ana peculiarità non isfnggita al Laistner: sa poy s'hanno costantemente dne neomì, il che non se^e per nessan' altra sillaba ; par daaque contare petr dne sìllabe, anach^ per nna sola.
Data la lezione Fui i, poi Terrebbe ad essere avverbio, non sostantivo : e allora non sarebbe più anomala la collo- cazione e non mancherebbe qui pnnto an articolo. Ha ecco che invece nascerebbero altri gnai. Ci voglion molti sforzi per riferire i al mare, coi soltanto può tentar di con- gìnngera; e riferito che ri ria, non s'ottiene ancor nnlla di sodisfacente. Che se finanziamo all'* e solo ci ri con- tenta di prender Poy come avverbio, il posa rimane senza nn complemento, di cni sente pnr vivo il bisogno. Inoltre, contro il I^ avverbio, stato monosillabo sempre in qoanto n^cito da un monosillabo, la ragione dei dne nenmì addotta dianzi mantiene tntta la sua forza; ri spnnta invece se Poy k poggio, dacché, tiattandori dell'ente di podium, s'è do- vuto sicoramente passare anche per una fase bisillaba, pago, poge (1). E ad ogni modo, ri sarebbe levato di mezzo qual- che inciampo, non ^ombrata la via.
Insomma, le interpretazioni del Suchier e dello Stengel, ne quali fìiron proporie né l^^nnente modificate, non riescono a sostenerri. E nondimeno esse valgono meglio di qaella messa avanti dal Laistner. Questi vide rettamente in più di una cosa; rilevò ancor egli come sìa strano che l'articolo s'avesse unicamente colla prima parola; s'accorse clie il sole in un'alba, e in questa nostra s^natamente, era liior di proposito ; ma trattò il testo con un arbitrio, che basta
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da solo n coadannare T interpretazione ch'egli avrebbe vo- luto cavarne. Ecoo cosa esso diviene nelle mani sae:
r alba part oiuet mar atns;
sol poi i pas,
ab egei n'inuit las tenebraa.
II che dovrebbe signiBcare: e L'alba di là dal mare e* av- vicina (1); solo che esso Borga e valichi (2), tosto se ne an- dranno le tenebre *. Qui abbiamo a fare con un ingegnoso giochetto, non con altra cosa. E anche pul valore dato alle parole e' è da ridire. Qnanto al credersi che la triparti- zione del ritornello — cui il Laistner tiene più asKai che alla sna spie^inzione del senso — sia fiuggerìta dalla notazione nenmntica, è un cavar deduzioni non punto neceh^arie da cose pepRio che incerte. E occorre anche sotto quesito ri- spetto {-.IT tacere degl'indìzi, che, poco o tanto, ripugnano. Né il fatto, che a questo modo s'ottengano tre versai rimati, può avLT molto peso. Sono rime di cui fncciamu us-=ai to- Icutieri a meno. Però s'è proprio costretti a mettersi in traccia di un'interpretazione nuora.
Rifucciumoci diJla parola upparsa più ardua, ralc a dire dal blffil. 0 non sarebbe nuii csìjo ii^ più né uit-uo che vifiH? vocabolo di sicnro ndnttatiMt-inio al contesto, e che difatti s'incontra con tutta la sua f:imiglia non so (juaiite volte, iiUorché si va aggirandosi per questi nostri lìariig^i. La sjùegazione è tanto ovvia, che di certo non può uou es-
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(1) Pia «.Ito (MB. ORI f por t«rità poco d'»c™nlo «ilU dlcbJir» |
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nel rrlmi. Tcrw i]i»1 è rtjil.' fluì iiuincwrilto oimil cnaa tU cliinrt all'liifui'i |
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V-màMttrm > V 11 onatrarlo del TanlrcT — PoMa iinriiti itilteulotK-, atwb. |
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tur IntiiidiTilibo Vulra ud iHrat eom'i^bbc poi a bre lo «fiigiI: • (Il gI"i |
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(3) UUpctM ad f jKii 11 Laldaor ba In nota (paR. tlS) Ùtì\t Yicf»!* abba- mia ilraiio. SI domanda (0 mal non avriM da >lEnlBcarc > adaRlo >. A (irglielo [DllU-an al dovrebbe, ipcondo Ini. poter rlnn'lrc lu due modi : jitmilnidD i fa
Diai.zodBjGoOglc
BOLL* ALBA BEL COD. Ufl. 1462 77
seni preBentata subito anche ^li altri interpreti, i quali l'amn rifiatata, pensando di trovarsi dinanzi un ostacolo iosuperabile in quel b. Lasciando da parte una spiegazione grafica, che per i^ioni cronologiche non pub conrenire (1), sta il &tto, che in una vasta regione provenzale, la quale abbroccis tutto il territorio sud-ovest, estendendosi niente- meno che da Beziers a Bajona , da Hontalbano ai Pirenei (2), il V latino e neolatino suona b. Il fenomeno, in una misura non ancor bene determinata, è cosa tott' altro che recente. Esso è avvertito per il guascone dalle Let/s ^Amors (II, 194); ci appare nelle carte del secolo XIII (3); fa capolino nel frammento della vita di S.** Fede d' Agen, che, se non ispet^ terìi al secolo XI, cui s'attribuisce aolla fede del Fauchet, sarà bene della prima metà del XII; e risale di certo a un' età ben più remota ancora. Si tratta verosimilmente di cosa che ripete le ragioni sue dalle antiche condizioni etno- grafiche di quei paesi. Almeno, par di averne un indizio assai significativo nelle analogie che sabito ci offire l' altro Tersante pirenaico.
Se bi{fil è vigli. Va che lo precede non pub sicuramente esser piii preposizione. Com'ebbe a pensate un momento unche il Suchier, «nstoltosi dall'idea per motivi non validi, bisogna unirlo con pas, che si troverà così avere di fatto ciò che tanto il Suchier quanto to Stengel gli attribmvnnn ad ogni modo in potenza, supponendo avvenuta un' eli^iione. Quest'esempio ci mostra che la distribuzione delle lettere
(t) Ulndo »Ua qiuii Idantttà che al rUimitn tra 11 t a niu forma de] t inl- tlila, fnqiKDM Dal aeooU XIV a SV, ma eha aTaoU al Keola XIU dod pai euara In tuo. La elMoatuua ab* nal eodlca Tattsano 11 i noRro dod ala lotalalc, ambtw •tfBiOeatoiiocaaaial.tnacDdatraiipoOTTloUniiipom eb« faaManelu oalarlalDienia tililata in nn pragaolton. su Tolta dw da aaao eomlDoUTa la parola, m pisnilera akijil Boa» no mwaiboli) nnleo, bob h la Mate ■«aanno.
(I) V. TAuia, l)id. 4- U. nm. in JIM lU la Frana, I. 1«7. EHI a*»EDa la puDlladtà di cDl qnl al parU agli ■ Idioms* bltarrolii. DaibODDaia, albigeoli, lun- IntulD, oraDUlbaDali, gwcoD, bdaroala ■( iiuaretnoli >.
(3) Uam, m<Hl§ ne uut diarie Ijiaiaiu: Balla IlauMuia, m, US.
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78 r. EkiKA
dataci dal manoscritto non merita troppo rispetto : insien colla libertà, sancita dallo stesso testo latino, di sepanu àò che il codice <a oSre congiunto (1), potrem prender anche quella di congiongere ciò che cà sta innanzi dÌYÌ& E allora viene ad esserci consentito on tentativo, di coi sai poi a giudicare dall'esito. 0 se il 5 di «ol noi lo congini pessimo coli' o^ra precedente (2)?
Venuta meno la fede nella divisione delle parole, su lecito acc<^lier nell' aoimo dei dubbi anche contro la ripa tìzione dei versL Chi scrisse non intendeva forse megli degP interpreti moderni ciò che metteva sulla pergamena (3 Ce ne è indizio quel suo scrìvere ora par, ora pari ; e a fianc all'indizio verrà a collocarsi una prova, Be il dubbio mes! innanzi rispetto al 8 di sol prenderà consistenza. Qiianl al Poffpas e BÌTahiffil, di così mostruosa apparenza, no mi ci voglio fondare per certi speciali riguardi. Bensì ai vertirò che una forte ragione di sospetto che i versi volga siano mal ripartiti, s'ha in ciò, che, mentre i versi latini so tutti di misura uniforme, questi del ritornello sono inve< l'uno più lungo, l'altro più corto. £ del ripartire male : pub rendersi conto facilmente pensando ad nn esemplai in cui i verdi fossero scritti di seguito, a fog^u di pru.'^ii
Un'altra proposta, questa di genere conservativo. S' visto come, partito in due, mira^r procuri delle noje. Lr sciamolo stare qnal è, e prendiamolo come l'infinito di u verbo, analogo per formazione, identico per significato
(1) SI abbia qnisd'lsuiul pmanlc la Ttprodtulnu dlplomatlc* elM ba duo 1 prloolpla.
(t] U UdUUto, Mita U ilipctLo malotialr, Bon i naora. Xslla lu pnttu i «Utoilai», 11 LalitDir, coma a'ìTwJnto. Ilaria atare il «il, aarpox'nAn la pali Imi] U pardiU ili nv i finale Dalla loet aDlecxlcuta (pa|. U!): in iaos" dJ ilnt 1 1 n* aiRUba aorlMa uno aolo. -Uà la anf uoU (pai. «IS] «hU peoaa asdia al ui pila* ipoaunicat '. E Val Eht non rH ritnlta. apirgi allori eemc < oc eeii >. ili randa ad ■ alba • Il prauom?. So U aìBUtal alrUla, atiiUl pan!
(a) Oh* non iDte&dHae, dichiara apertamcitt» ancbo fl Lalatuor, fog. ili. ■DMi agIl,aoma a'è TaduM, adotta par 1 Tenl una iiBon rJpaiUilour, molto t Tema pPTillro.da qnalla a ani rarro lo.
rdBjGoOgIc - —
sull'alba dil cod. Bza. 14fi2 79
tpeadari, speccHare. Se con questo senso (1) nn verbo sif- fatto non è stato segnalato ch'io sappia, esiste in provenzale ptt significar < specola >, non ssmplicemente miranda, ma altresì propriamente mirade (2), cioè il sostantivo donde »«> %or^ spontaneo. Ed è poi troppo naturale, quando si consideri come siano gemelli apcada e speeulutn , che nel ter- ritorio dove speeidum era utiroU, foase derivato dallo stesso tema e col medesimo saffisso il vocabolo che doveva dir ( specolare >. Qnanto al ci di miradar, si sarebbe tentati a priori di prenderlo per un latto grafico, o come qualcosa che peràstease bensì al secolo X , ma che cedesse poi il campo al ^lito Ij, Ut. Sennonché il miracle, attestatoci trecent'anni dopo, induce in un'altra persuasione. Il vocabolo ebbe a fissarsi e a perpefcnsjrsi in quella forma semidotta per ra- gione dì nn' allotropia, cui l'Italia offire un esatto riscontro col sno specola, speeoìare, di fronte a specchio, speedanre.
Poste tutte queste cosey- ritenuto che ^par voglia esser preferito il part^ più pieno e meglio attestato, soppressa p^ ora, ma non surrogata da nessun' altra la divisione dei Tersi dataci dal manoscritto, ecco cosa ci diventa il ritornello :
Lalba pari amet mar atras ol pò; pau bigìl miraclar teaebru.
Tutto è piano adesso, salvo che s' ha un intoppo in quel- l'd, che ci ha da valere come articolo, e al posto del quale noi ci dovreomio aspettare un Io. Kon istarb già a dire che l'intoppo possa esser tolto di mezzo col semplice rìfe- nrxì all'ol del Saintonge, Foitou e paesi contermini (-3),
naSlioUI*-
OWA ■] paida,«a4rr Itati Indotti ftaorlTOTfliiDLbuua&l* udan In dna, dio* eh* i ntlraclv lit^gaM uosli la à allodara, enda. al n
(}} a^TviuiiD, Lii. RsBL, IV, 939. L'EHmplo addotto, apparti Mnte alla CrO- ubj della Crociala ooatio gli AlUgoi, i dato aomo di OnOlam da Tndala i ma. ••• «ala mi U aTnrtln P. Uorer, e*» oad« naUa parta ipittanta ■ un rlmaton Tolo- *ua, Uà poi cbl d TogUa; a alò ne MOrMOS di molto U Talora
(1) OteucB. DH SmintWtl-iii Blalitti itr l,aaa<- 'v^- ''Mf», imiia, Mn- '••>«• hW Jiiym mit. BaUteJann. Un (tom. in, bae. l* tal FiwiifMi SXtiUa),
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80 r. Kuu
ài otti un «Mtnpio, indicatomi da P. ICeyer, è anche q( VAiffar 0 ìfaurÌH (1): qaesCoI non s'incontra che con v lun di pronome, anzi unicnniente di pronome nentrale; nelle pittiate che lo pOHacdettero e posseggono, le qnali n< non neppur quello che geograficamente faccian proprio j} noi, r artìcolo nuonain altra maniera. Bensì farò osserrn che H il provenzale classico non usa per Tarticolo mascoli «Itre forme che h, f, -t, la coesistenza dì nn rf, perpetnati in oerti dialetti, spettanti per dì più alla r^one cui ci : porta anche il 6 per v di biffil, è stata messa fdor di dabbio (: ()r», il mutamento in o dì on e atono qnal è il nostro, p Ti» di un 1 che gli tenga dietro, è no fenomeno più e giostificaio da leggi fonetiche assai genosli, che altri eseni « iHO«tnbiko non esser per nnlla tima^ senza effetto i domiaM> deU'«c. hat<iiniiuontì»rù£pómpol,ia}tampm •ttraverM a fompcm^ fUM/W (3). Lecìtifsìino dnnqiie supporr* eh» anche dì là dalle Alpi ^ aa potuto avere ot articolOt come in certi noetrt dialetti louibardL Xe^isiii )Utfr«vÌ|;lia tuttavìa che un trascrittore, il qoale, come v drmno tra poco^ di>v«Ta trovarsi dinanzi ira atmsol tut
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8ITLl' U.B1 DBL COD. BIG. 1462 81
niiito (1), non abbia rarrìsato Poi per ciò che era, e si sta lasciato prendere dall'idea quanto mai OTTÌa, che la seconda parte del ra^nippamento fosse costituita dalla parola a)I (2) : opportonissima in apparenza per il contesto, e non cosi opportuna inreee in realtà; che, altra cosa è l'alba, altra il levar del sole.
Tolto qaesto ostacolo, non ho oramai neppnr biso^o di tradurre. Si vede bene che il ritornello sif^nifica:
L'aUtt, di là dall'nmido mare, dietra il poggio, paBsa vigile s spiar per eatro alle teoebre.
Certo le cose potrebbero esser dette meglio; ma se non SODO, si aspetti di srìiins^c ^^^ fiiic della trattazione, e si vedrà che siam tutt' altro che in diritto di meravigliarcene.
Se è chiaro il senso, a^ba nna lieve irregolarità di forma nella mancanza del s flesBÌonale in vìgil, "Son istarò a trin- cerarmi dietro l'ipotesi di ana trascrizione inesatta, e nep- pure dietro la ragione generica di altre violazioni consimili ; avfertirò piuttosto che il vocabolo viene ad essere tal quale il uominativo latino, il che vuol dir molto trattandosi di una parola non popolare nient' affatto. E ^giungerò che nel servirsi di questa voce l'autore non commise forse sem- plicemente nn latinismo in genere, ma potè avere alla mente on passo di Ovidio {Mctam., Il, 112), dove al modo stesso l'epiteto è attribuito all'alba:
.... Ecce vigli ralilo pateTecit ab orto Porpareas Anrora fores ....
E se non questo passo propriamente, qualcosa di concimile. Quanto poi a certe omìiisiotii di articoli, adesso che di quattro
(1) B' è Tlsto clM U prua» nlU t quid ddIÌo usha nal naatm msdrain» muoacriUo.
(1) Sapisliiu, Bllk wdoilCBa clw II tt potna sauEltuB. umo aUrflniIlo nn'ct- latti utcb* H»! manilore. Kma nppoito aloè oIh au> DiaH btiLiti a br •nopecn la mlm Mi nn conBitlnnla cfmtlt. Vni DMUlODMda qui cotale lilui jicr nrucrla Botto (U oecU di coloro ein ■aaolataiBcaU bob ToIaaieRi Mpare den'aJ ■rtlBlo.MB dablta di dichiarare che l'Ipotcal adottata sai leato mi pare pruICrl.
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son ridotte a due, ben giustificabili come b' è mostrato di già a faTore altrui, neasnno potrà più dire cbe siam fiiDT della legge.
Rispetto alla di^bazioiie ritmica, è troppo evidente che nel testo, quale l' ho ridotto io, ìl primo rerso termina con ^y. Ne risolta che ci troriamo ad avere due decasil- labL Ed eccoci, dalla condizione anomala di nna tesi dif- ferente dall' aatitesi, condotti a quella normale della parità, costituita per di più da un genere di verso tra i più comuni. Si opporrà heoA che una certa anomalia venga sempre ad esserci, in quanto dei due decasillabi il primo abbia la pan'^^a dopo la sillaba seeta, il secondo dopo la quarta. Ma, la- sciando stare qualche altra considerazione che non tarderà ad affacciarsi, vedremo svanire l'anomalia, se diremo che nei nostri due versi la pausa interna conti assai poco: al modo stesso e per la r^one medesima che Dell' ui»o italiano, dove ne consegue l'identico effetto dell'adoperarsi promi- scuamente quelli che per l'epica francese sono due tipi ben distinti (1). £d anche un altro risultato della nuova ripartizione vuol mettersi io evidenza. Con essa Foy non ha neppur più bisogno d'esser computato bisillabo per giu- stificare i due neumi della notazione musicale. ÀI termine del verso, dove alla tonica può sempre tener dietro un' stona , quelle due note stanno molto bene; e sta benissimo che dei due versi il primo abbia musicalmente una chiusa aca- talettica, e il secondo l'abbia invece catalettica. Dal con- trasto di quest'ultima colla prima risulterà per l'orecchie l'impressione, sempre imperiosamente richiesta, die il pe- riodo musicale è compiuto.
Come si vede, la ritmica s'accorda dunque molto bene colle nos^e congetture. Ma, s'io non m'inganno, oltre t darci cosi buona ragione del testo quale credo sia da re- utituire, si presta altresì ottimamente a rendercela ben pieni della condizione in cui ce lo tax>viam sotto gli occhi nd co-
ti) Or^. AirSfuf. /r.. ff. tU.
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siill'alda del cod. reo. 1432 &1
dice ratìcano. Segnatamente ci ^uta in modo assai efScace a giostificare meglio che non si sia potato finora l' attrìbn- doDe di poff al eecoado verso : che è in sostanza il solo ponto piti o men scabro della spiegazione mia. Ed ecco in qoal modo.
Si considerino qnegli accoppiamenti di parole che il co- dice ci ofire anche nella parte latina (1). Finché si trat- tasse di HmneaatoSf Quossiutdd, Abardia-o, non aTreramo certo motivo di andar in traccia d'nna spiegazione diversa dalla consueta, che abbia qui ricemto nn' espressione grafica il tatto della proclisia. Sennonché cotale spiegazione non vai ponto per i%ctirfaro, ìvmentcrria (2), PoIìshos. A prima giunta, si sarà portati a non vederci altro che capricci di scrittura; ma quando si sia posto mente che i versi constano di dipodie trocaiche complete chiuse da una dipodia catalet- tica — trochei ritmici , si badi , non propriamente metrici — e quando insieme si sia avvertito che i nostri raggruppamenti,, cosi quelli notati dianzi, come questi altri, rispondono sempre ad una dipodia, si dovrà bene ridursi a conchiudere che in ciò appunto vada cercata la ragione della grafia. Si sono scritte solitamente unite le voci che costituivano un^ unità ritmica.
Dalla parte latina si riportino adesso gli occhi sulla vol- gare. Lì si vede raggruppato costantemente umdmar (3), unito una volta almeno LalbajMrt; quanto alla sequela di lettere che son pietra d'inciampo, Poi/pasabigil, o sono scomposte in Poi/pas abiffil, oppure — la seconda e la terza volta — in Pop pas ahigil; aiiigìl, insomma, è costante. Sempre dunque si tratta — dacché Poy, come s' è visto, ha in
(I) DiHi, non «ter chiuo dOTuoqnaM l'iatonilan* ita itaM di urìTtr 0 diviso. Qut »gftloimarb pariltro che Ift mia cPptb fa prcan cde Minplli» HI SBitsiu, un» ilaiiu unton del •iBiiillaito cha l'DDlona 0 l> dlTldono jn "ara. XauBD timore pcnuito ch'Io aU aUtii tratto iDeoDaeliiaonlo ■ dur ■ un wpetto pln (tTonTOl* alla ooucIiuIodI mia cba In naiti Iioii avcvoro. S
n poclaliH) di dubbio.
Diai.zodBjGoOglc
81 P. UJKA
PQ modo u in OD altro un valor doppio — di tre sillabe o di qualcosa di eqnìralente, coli' accento principale sull'ultima. Ora, tre sillabe a qaesta maniera rappresentano onb dipodis btKaìca catalettica, simile a qneUe che diindono ì Tosi la- tini; e però vaol beo ritenersi cbe i rag^^ppamentà abbiano nella parte volgare l'orione stessa cfie nella latina.
Ciò si^Gca cbe la nostra Alba ebbe nelle sae Ticende ad imbattersi in nn trascrittore, il quale credette i versi volgari costrutti cogli stéssi elementi dei la^i (1), e che ancor essi ebbe a scompartire giusta cotale idea, oacnran- done viepiil il senso, forse già poco intelligibile a lui me- desimo. Questo trascrittore non è da identificare col nostro, oscillante di continuo tra l'unire e il dividere; chiaro par- tìcolarmente dal Pùy pas, che non sodisfa più uè al senso né alle pretese ragioni ritmiche. Sia come si vuole, una volta venuti nel pensiero che s' avesse a fare con una serie di dipodie catalettiche — e miradar e tentòras davano essi pure una forte spinta a ritenere così — bisognava di ne- cessità, o attribuire Po^ al secondo verso, o Pas al primo. Qualunque delle due cose si fosse fatta, non ci potremmo dnnqne meravigliare ; meno che mai poi una volta che il par- tito cui s'ebbe ad attenenti è il meno assurdo di sicuro, in quanto almeno noe ha diviso tra due versi i brani di una stessa parola (2). Delle alterazioni subite in cotol maniera dal testo si potrii anche esser tentati di accagionare, in cambio dì nn semplice trascrittore, chi ebbe a trovare per la nostra Alba, o forse piuttosto ad applicarle, la melodia di cui va provveduta, sotto condisioae, s'intende, che costui non sia stato l' antere stesso; ma dui pensare così mi dissuadono le
(1) Qanl ch'ebbo ft arsilvn 11 tnHcJttor« vedoutc1i« ìo Btottffal; « TftglDacTt^ IlMlDUinniile di cario qmnda d proDdi li tetto qui* d i tnmudato.
(2) ><'U'agt!<'n]>piHii>iitD rltmleo dalla alllaba (TDTBinbb*, eom* tioTiTo prima ueor lo, (Ina fai'ililulanc ad lotanderB 11 puiagcia da almi It td dira w( eU Don ■lima* iilr|;ai>i lU'al artloolo. V. pag. Bl, D. 1. Alrailo, oom« ebloai aoprittntta di na Trrvo, non cri ccmporlito dal ritmo, ctia ricbledcrm nii'nlUiu illliba acoiui- tati, ■ furtfiiMiiile scccnUtik Qnladi tanto pia poteri pcnurst cho l'aTcuo a Icg.
Diai.zodBjGoOglc
wll' uba del cod. ssg. 1462 85
due note sol Pop, dandomi la perauosione che k melodia suppon^^ la ripartizione originaria dei veTEi, e non T attuale.
Certo non pretenderò che un po' di dubbio non resti ad annebbiare la spiegazioni mie; ma un grado ragguardevole di probabilità non si Torrà, epero, ad esse negEtre. Senza nulla trasporre, senza mutare una sola lettera, bensì colla semplice congettura di una forma suggerita, nonché sancita, dalla fonetica generale e speciale, e collVeercizio un poco lar^ del dovere che assolutamente e' incombe di modificare la ripartizione degli elementi portata dal codice, si cOns^ue che diventi regolare e ben intelligibile un testo anomalo e che aveva finora resistito a tatti gli sforzi degF interpreti. Sarebbe strano davvero che con mezzi siffatti si ottenes- Eero, senza dar nel segno, effetti di cotal natura.
Dalla considerazione del solo ritornello alziamo adesco io ^aardo all'Alba tutta intera, per renderci conto del- l'essere suo. Fu messa avanti l'idea che anche nella parte latina essa non sia forse che la versione di un modello vol- gare (1). C'è ragione, oppur no, di pensare in cotal modo?
Non solo non c'è ragione perché si pensi, ma ci son motivi perché assolutamente non. si deva pensare (2). Già il linguaggio ed i pensieri stessi, almeno nella prima strofa e nella terza, portano a ritenere che noi ci si trovi qui dinanzi una composizione concepita in latino fin dall' ori- giue. Ha poi è troppo chiaro che quando si supponga un originale romanzo, il ritornello dovrebb' esser preso te- stualmente di lì. Ora, i nostri due versi, lungi dall'essere di stampo popolare, son fattura abbastanza goffa e artifi- àosa di un poeta erudito, avvezzo a scriver, latino: il vi- gH e l'timcf mar, siano o non siano imitazioni dirette di Ovidio e Virgilio, soprattutto poi il iew^àsy stabiliscono ht cosa incrollabilmente (3). Cosi cessa anche quell' ultimo
(1) Srraran. Btr*rt, L dt; ■ t. ueba ZiU, ì. Ut.
(z) V. uKlM. n Lumns , pag. 418.
U) Birlnnao D mirmtìMr iitairmi, mi domniaaialaterlttn* m» rlTolRCH* per
liUna Titada. o i« miri ili mi li tnolei, limile ili* n
V
Diai.zodBjGoOglc
ffi P. KAJN'A
residuo di meravigliit che mai potesse esser rimasto pe la variabilità della pausa nei due decoBÌllabi; ed è tolte viceversa, o^i diritto dì argomentarne che la variabilit fosse la legge primitiva, o altri termini che le norme ita liane e non te francesi ci rappresentino le condizioni ori ginarie (1). Questi à trovano essere i due più anticli decasillabi volgari che ci sian pervenuti; ma in essi ne non abbiam dinanzi due esempi del decasillabo genuino bensì semplicemente un doppio riflesso dentro ad uno spec chio non troppo limpido. Cotal difetto di limpidezza nnsc tuttavia vanta^OBo: in quanto permise che ci fossero ri flessi insieme i due tipi, e attestata per conseguenza coi probabilità somma l'esistenza di entrambi fin dal tempi della nostra composizione.
Per quel che spetta alla storia della poesia romanza ii genere e della provenzale in ispecie, il non potersi la nostri Alba prendere come una trnduzione, non nuoce per nuUn Se non è traduzione, imitazione, in senso molto largo, noi dì un determinato originale, ma di un tipo di composizione vuol esser ritenuta dì sicuro. Perlomeno è ben certo ch< nn poeta enidito non poteva pensare a introdurre in un'Albi latina un ritornello volgare, se delle Albe volgari per inten non ne fossero esistite fin d'alloro.
E dall'imitazione ci è dato argomentare dì qnesto Alb< qualcosa più che l'esistenza. Esse avevano come tratti caratterisUco il ritornello, e un ritornello in cui appunti si ripeteva l'annunzio dell'apparire dell'alba, ponendolo ii bocca ad una ecolta; il che viene a dire che erano niolt simili a quelle che nel medesimo territorio provenzale ri troviam poi nel secolo XII e nel XIII. Così è tolto ogii dubbio rispetto alla continuità di questi prodotti dell'otto cento o del novecento con quelli delle età posteriori.
Né qui ci si deve arrestare. Ln scolta (ttessa ci iiiduc a supporrt.' una forma molto antica di Alba, die invitasF^i
(1| va. Ort$. diir Eji*f. /r., 1. elt.
doyGoogle
sull'albi del c6u. ueu. 1462 87
gli Domini a destaisi per ragione guerresca. Ebbene, con eif- btta varietà par bene avere un legame l' imitazione nostra:
Ed incaidoa [li}aslium insìdie TorpeDteaque gUscoiit iatercipere,
dice la sola allusione specifica al vivere umano che s' abbi» 11 dentro.
L'allusione vuole che la poesia sia ravvicinata per questo rispetto al famoso canto modenese,
0 tu qui servas annìa ista moenia,
che piiù quasi servirà di commento (1). Come l'nna è un'Alba, così l'altro potrebbe intitolarsi Notturno: non popolare neppur esso, alla maniera almeno che da molti si erede, ma indizio esso pure di canti popolari davvero (2).
Abbia pur qualcosa di guerresco, non sarà tuttavia in quanto più o men guerresca che la nostra Alba fu trascrìtta nel codice ora vaticano da una mano eh' ebbe ad esser quella di un frate benedettino (3). A meno che il trascrìt-
(1) SI coniUMlno 1 Tutl dM Kgneiio ti prima:
E coti li ncconuudukio* cba abbknia tilt, ftoa;
antt da <iuS ■■IsrlU a ndUre non podbd mm, pare ■ a*, qneato cmiW lue-
(9] In nn inoButero baoadattlaa pare anneno oha D sodica it troiHU nel ac- ik. UV o SV. Ma t Indillo U Sttm ImiiiciUi, oba nu mino d[ cai ibbluo lì unto degli eaardil oaltlgTsflel — a ajardilD caUlKTafleo Bana imbablImcDla aodie Ulti parola — terina ini tirM del ro)[Uo di guardi* al IcrmlDC dal lolame.
l
Diai.zodBjGoogle
tore non sia stato mosso da un semplice interesse artistico e musicale, fa certo un'idea religiosa che dovette incitarlo. Il precetto del non poltrire, del aoo lasciarsi cogliere dal giorno chiaro nel Ietto, era ^dato con molta insistenza dal cristianesimo ai fedeli, ed agli ecclesiastici soprattutto; per i monaci poi renÌTa ad essere imposto propriamente dalla Bietola. E n' eran nate da secoli e secoli delle com- posizioni poetiche, come ad esempio certuni tra grinni di S. Ambrogio, e quello Ad galli eanium dei Kathuupiv&v dì Prudenzio, i quali possono ben dirai delle Albe essi stessi. S'egli è così, la nostra poesia, insieme coli' Alba gaer- resca. Tiene a rappresentarci anche la religiosa. Il Laistner va più oltre: la vorrebbe un'Alba religiosa addirittura, da mettersi appunto colle composizioni di S. Ambrogio e Pru- denzio; e gli hostes chesi son visti afFaccìarciM ^on avrebbero ad essere altro che i demonii. Ma lasciando stare che questa interpretazione della voce Jicstium è qui in sé stessa poco probabile (I), l'ispirttùoae religiosa dovrebbe, se mai, manife- starsi con ben altra larghezza e chiarezza (2). Si dirà.che alle idee religiose si rìtomava poi forse in qualche strofa Bcgnente, non tramandata a noi (3); ma sarebbe davvero in- concepibile che un trascrittore ecclesiastico volesse fermarsi là dove erano espresse le idee che maggiormente gli dove- vano stare a cuore.
(I] I4 narnu probslilliti, mcordwi non ]& riadk Iniponfblle (cfr. * ile boatlnm ntain ecMsblti In nn» Innn» poesia pnbbllnU SI freieodal Uitntun, Bgtmiil £rfH(N(/<ir, ì. OS. T. 317). l'aM dil plniml*; gli* 1> «cerna nuBCtanucnlc l'fwnJu. bea pl& onpintiioo M ol ImluiM al «cimo lattoni*.
(1) Do' liplmlou* ralliriiMa il potMblw font carcani ancb* mi mirftht lim- ina. Db qulsb* coelUasiilo «■■trcbb* nella IdM rtpreut, p. e*., Dall'Inso M falli nnfinir, eilato piìi aopra. Ha M l'iaplmlona d fbaae, urcbb* aneba ìi tlaiaMa dancro mollo lotOlnta.
(3] Cba dilla tltot» alao «tale oma«H, pnb molto ben* liiitiia|ÌDai(l,mapar*la dj aampUea aoaiattara, twD fondata n snlla di pcaltiTO. Db lòndaniento la cMi- ■attora aarà lanlala 01 mcarlo la qnal non maral l' olltma volta Mtltto pra tnlera n rltoniallo, parendo, al dlrik poeo leradmilo oba la Irawriilono Tolnae tsteiroai- panl par ritpanui» dna parola idtanlo. flaanoncM di qnaato fklto ol al olfr* vna ■plefailoD* anal planalbll*. Per aorltàra tatto Intero l'nllliua rttao al aairlilM du- Talo Dollocarlo aolla linea aaceculra, dota aaicbba rlmuto laolalo, irlolindo eoaìla dlapoalzlone per eopplc ohe «'un manlcnnta In tutta la poesia.
Digli zodBjGoOgIc
sull'alba del cod. usa. 1402 89
Binsdrebbe più facile l' immaginare che se delle strofe fdroDo omesse, contenessero pensieri erotici , che all'animo tàmoiato dell'amanuense non sia piaciuto di trascrivere. Che anche l'antore vero e proprio voglia esser ritennto eccle- siastico, non osterebbe di certo;, a cosa sì ndorrebbe mai la poesia erotica latina del medio evo se la gente di chiesa non ci si fosse liTolta? E allora la nostra Alba, unita- mente alla varietà guerresca ed alla religiosa, rappresente- rebbe anche quella cui il genere va pressoché unicamente debitore della sua nominanza nella letteratura provenzale. Ha qui siam più che nel dubbio; l'omissione di strofe è problematica affatto; e non è bnona cosa voler ricavare da on frutto succoso più di quel tanto che se ne spreme senza troppo sforzo. Nel succo arrischiano d'entrare ele- menti che ce lo vengano a intorbidare.
Pio Rajna
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Diai.zodBjGoOglc
a, coDoiinmvo e l^ikdicatito it&uako 91
«ccondnriamente: Come mai naasolaeoDJngazione, la quarta, |i.)tcra trarre per analoga dietro di sé le altre, noa avendo la terza altro esempio che il saddetto P Per me la classe invece che più delle altre ha iaflaito sul fatto, insieme alla quarta conjagozione, è la seconda.
Abbiasi ad esempio il verbo moitcre, iitoneamus. La prima persona plorale riduceva oeceasariamente il sno e atono protonico in i. Ma a ciò ingiungasi un fatto forse il più importante nel fenomeno. Ed è: che alla seconda con- jagazione appartiene uno di quei verbi che sono più ne- ce?<3arj nella pubblica e privata conversazione, e che alla sua volta è un verbo ausiliare, cioè il verbo Jtabere.
Il verbo haberc avrà tratto facilmente dietro a sé il verbo essere, e difatti abbiamo subito: siamo. Si aveva dunque, per parlare figuratamente, una potente artiglieria da opporre al quasi porro tiitwflt -emo della prima, e ai cosi ormai viziati della terza, { quali avevano già una forte spinta ad entrare nell'analogia comune: 1.* a cagione della desinenza -aHius, 2.° a cagione dei succitati casi in -eiamiés. Questo fatto però avvenne molto lentamente, e solo nella Toscana, in via assoluta, come potrei facilmente dimostrare. Resta per6 la questione più spinosa. Come mai l'indicativo presente entra nella stessa orbita -iatuus?
Qui veramente siamo nel fatto di due tempi, l'ìndicE^ tÌTo presente e il soggiuntivo presente, ì quali non hanno confini bene determinati. E a renderli indeterminati, se- condo me, influisce massimamente ciò, che la prima pars, plur. del soggiuntivo sia nel tempo stesso prima plur. del- l'imperativo, la quale persona nell'imperativo è la più de- bole. Evidentemente, il comando, quando implica anche il suo autore, non pub non rimanere alquanto attenuato. Snppongasi che alcuno dica: Andiamo, prepariavto ciò dte itiecessario, dipoi partiatno; e si comprenderà di leggieri che l'imperativo successivo al primo sìa di un grado inferiore all'antecedente, così da derivarne un raaentameuto direi quasi dell'indicativo presente, che favorisce la confusione. Ha ciò che specialmente diede il tracolto alla bilancia, si è il
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92 IL ooxfiimiTo t L amcATno italiano
fatto che per alcuni verbi la seconda peis. del pres. indi' eatiro dirent^Ta eguale alla seconda pers. plnr. dell^impe ratiTO, e n arerano in tal ^nisa due persone che tendevani a identificarsi: cioè il congiantivo prima pers. plot, vaseii' tante l'indicatiTO presente, che arerà allato di sé l'ìmpe ratÌTO fleconda persona plurale, egnale nei dae tempi e modi r imperatilo e l'indicativo presente. Questa panni la ven ragione per cui la desinenza -iamo passò all' indicatÌTo pre sente prima persona plurale. Il fatto si potrebbe illustrar! anche con riscontri dialettali, ma forse non parrà necessario
D.' Leoke Lczzatto
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NUOVE COEKEZIONI A LAS BASOS E LO DONATZ
II prof. T. Caanì si prese cut» di confrontare col ms. Landau la stampa delle dne antiche grammaticlie proven- zali da me data nel precedente rolume degli &udj, e pub- blicò il risaltato della colazione nella Rivista critica della Ictt. ital. (a. U, n.' 4, col. 112-13.).
Le inesattezze della stampa non sono poche, ma in ge- nerale 6i tratta di forme più o meno storpiate , che in nna edizione critica ognuno rettificherebbe uiche senza il con- fronto degli altri mas. Mi preme poi di aTrertire che le conclosioni dello stndio comparativo dei mss. delle dne gram- matiche da me fatto nell'introduzione rimangono inalterate; e ciò si intenderà facilmente quando ai sia detto che le inesattezze sono nella massima parte dovute ad errori di stampa, che mi lasciai Bfaggire rivedendo le bozze. Pro- curo dì riparare al mal fatto in quell'unico modo che mi è ora possibile, riportando anche qui le correzioni pubbli- cate nella suddetta Rivista.
L. B.
Lin. 3S EsA-unenz «- EitxuHtnt ; Il cnjarìon •— eutiarhn ; U ens«- gvaea^^eittrffnanKn; 49sbÌ «>/'«; 61 cnion =eutioH; S3aac = kane; GTbon — 6«ti; 78 cnieron <— euteron ; 80,81 coiion ■» cuti'on ; 86 Retro- mas => iZcrrouia*; lOi, la mon^'mond; 111, 115 demonstron -a- dtMOBtroii; l;-E3 san ->• lun; 158 aubsUnUoa •= iu«fanf l'ua ; 163 ce ^~ glie; 177 ^ngaian'— gingillar; 180 mof [mes] h>n;310uentadom = veii- Jadorn; 211 san — fon; 926 ee = d; 836 Ammii^ Arnauz; 241 iéitcboS'=deUflioa; Hìhraa^bra»; 363 soaco; 10Ì fenisson:o^i>- nuaon; 287 s'iD^ìan = tinguìara; J89 sovors ^ «oror» ; 200 Des ■= M*; 3!>3 iioux = poux ; ^M saber Ì»aber) ; 306 acnsa llu =* aeunatiii ; 3uR eU c«Ie< [a •lutls] aqestes; 399 ìta—Ia; 407 irollic — ifalììt; 425
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peno bar] «i; 439 eaaagmi^ = emtmfmds; 451 ticsì qom A' d«l neo- ladom. [gidat iiìj epblaa dagd . emiitmr p dU Bem man perdiit lai- tnuer iwaAuipria] qi dù qe UnUminm ; ixà dich — difA; 458 nega- BIU — imvwium; 479 eM«r — Mcr; 4S0 Ed = S; 483 klcam — oZeun; 489«3iiii — mcmm; 506 phisOT— ^buor»; 515 en = «n; 534 colo — oaio; 524-^ es [rf] senblmns ; 539 deoeti >= dni»; 546 soideier— >*af^ ^ùr;547 HeUld = IMUer; 54S gnSger — yrcsi^; 553 ben = Im; 568 snbilutia — ndiifaii't» ; 57S <M = et; 585 qoiea = jiuu; 504 ii)etaùnia = »(«MiMa; 596i]it = ùiC; 597 in [m] estreit; 599 ILas = Ma»; WKi AeKxax — dtteaOx: 601 Unx =: ìaiU; 607 In oU [sola] pois; 609 Alia = J0/«: 614 egalmeot -> (VmImm; 623 vie-=(f>e; G31 co- mandar = eomandat; 635 coiaotra =~colallra; 636 avlre = anlrii 644 verb = B«rk; 664 dd = d« ; 666 ni Ul = in lui; 674 enin = a-en ; 679 u^in; 6S6 unati = «Mix; 703 In ((«); 71S ferir -=/^gii ir; 731 videlicz •-> nddiM( ; 740 eo dia amat [hi aia* amat.} cel aia; 75S lltiquàfttwiN ad doctrfnam sìmplidn* = aliqHam ad doelriaam si'iii- ptieÌMia; 755 oliquondum = aliquid; 756 ^mplicìiu ^ simpliciuHi ; 799 lenei ~ /Iriu ; 808inils = Mi(: 809 babeto — habeba; 815 Impi-e- terito — Jit preUrilo; 8)9 feiaset — feìMett ; 834 becec>-(<K: rec = tee; 843 lalet — boM, peotlent = jwiif<(; 8fó neri» »■ iin-be; 833 ester v> e$ttr» ; 8S0 mudent = murfen ; 887 regul ^* degut ; 883 ererìt ^^ eMrft; 889 reslreìt >- dofreil ; 897 dlli-=c;n; 890 aiiiem <-= Auwn; 910 endicatJon e tndiealiu; 933-34 issem. issetz. littcm. istrtz.) issem; 950 broneinr = baroneiar; 981 Hngerar = J/ofernr; 983 McUuInr = MtUarar. 990 pra, clìcarpalessar '= praeliear. imlnsnr; lOOò Son- post = conjMil ; 1010 trncar == (raHcar ; 1015 vpminisnr= rrrtt/imr; 1030 absteener — abarner; 1033 senber = /rn/i»/-; 1038 od^-oii; 1044 entaluargir = entalHaUjìr; 1043 ensolelir = rafolflir; 1060 ma- lament — «Molnnun; 1065 tal ■=■ t»; 1067 lu = (Hf; lOTO ar {ar). 1079 Inoa^lKfM; 1094 2 «ecoado auirai è espunto nd cod.; HOC tennn — Uimt ; 1 107 ablatiiu e aìdaiiu ; 1 1 1 1 in é espunto nd cod. : 1112 dda — dola; 1114 «s [of] ablattu; 1119 aminada — ant'moda 1134 dMleiai=:<lMl«iaIi; 1133 fiOs »*<itf ; 1143 baltz. balle ballz [baltt.] calti; 1153 erlans >— eslnna; 1136-37 demans. demans. {dr- Man*.]; 1170 tarti — dartz; 1171 H. « Marts; HamarU -= Maiuaii: lisi iusticiatz. [iHttieiatti; 1193 cecs = (M*; IISG ceis»fKÌ«; ISO; amtarelti :e eantar^lz; 1314 conninens = eoHtji«iw; 1233 volnin = rotiH; 13i7 encens. [enreus]; 137G Tiunls = fiitah; 1977 jnuennU = JHHtnalt; 13S5 bobans — Man*; 1388 Pezans = A*itii(, Talons - Tatan»; 1391 Gaians >^ Ooxaiu.
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RUOTI COUmOHI A UB UflOB I LO DOXiTZ 95
Le panie Sol no» ante» jna m (Um far toUu h» parautai fi ham dir atltaugi aoao rìpetnU dna volte nella stampa come nel co- dice, dove perii ÌI copista avverti il sno scorso di penna scrìvendo accanto alla riga ripetuta un uaeat. In Mfoito a queste correiioni GODO da. fore le seguenti rettiflcazioni nelle note dell' In tniduzione : p. 33S, n. 9, Un. & euitron e. tiOtran; p. 339,, L 3 vanno cancellale le parole 6 «iiM^>i]ainM e invece di 12-13 qti m^ = {fai) si lej^ BoltanLo fai; L 5, 2i eMHi)on e 22 » 24 ei^t)ioii; L IS dopo eaualt si metta 38 aiHffHlar{a\ ; L 9 da sotto, si eancell) 23 Ia[«]ì L 7 da sotto, si ae^nuga: 27 Ia{t] dote U^i] maerc e i3 ifallU <>• ifaittie. A p. 341 L 8 da sotto, invece di aut boa, si legga mot m ta bo», e a p. 348. L 7 si cancellino le parole dal nnm. 16 in poi.
Rìvedeudo le Annotazioni (pag. 'JQi e sgg.) mi avvidi di aver oine^-so le seguenti si^e: Testo B, 69, 33 HL'; 71, 30 L'; 73, 9 L'; 76, 4 invece di aobrenion^r) le^ mbn-uion; 78, 36 L'; 82, fi I D; 83.2 H. 31 Steiig., 34 L', 37 Steng.; 85, 8-9 HL', 34-5 cfr. HL", 45 L'; ae, 1 L>, 30-40 L'; 87, 1 L'; Testo H, 70, 34-5 Sten;, p. XXQ. ; 72. 29-30 B; 8G, 5-6ir<y., 37-$BL'; Testo L', 77, 7 B; 8i, 3Q BH;
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Diai.zodBjGoOglc
aiFACIMENTI E LE TRADUZIONI ITALIANE DELL' ENEIDE DI VIRGILIO
PBIÌIA DEL BIKASCIJIBKTd
I Cimosi tru vestirne 11 ti, a cui il poema capitale di Virgilio dorè anfoggct tarsi nel medio evo, fiirouo per la prima volta esaminati con sufficiente larghezza dal Pey, nel suo Sd'jgio sul JRoman d Eneas (1); e ad essi dedicò poi una parte del ano importante libro il Joly, studinndone in pagine assai belle di Tivacità e di bnon gusto le reliizioni colle vicende del ciclo classico nell'antica letteratura francese.
Allorquando la materia di Koma s'avanzava a prendere il Huo posto accanto alla materia di Francia e di Brettagna,
1) AUSUiiiu PET, AhI ncr ti Btauiui ifSuiBM J'tfTii ìa »«. it la BUI. Imp, IBM. Si ndi dello alcao k. uelw UKoiiit it Start di YtUiti it li Ramia
w «te In UlirtKfl. far JMn. «nf Sufi. UUr. U, 1-JS. Dal Jolt dio l-opara Oli it S«i»lt-M«ll it II Kaman it Trai »H Iti mrlamtrjMut tOimiiri a il r/ptftì grftt-laliM sn mantii-éff, Ptrii, ISTO-ISVI. lontlla è poi che lo die» cha ni (nrons ntlll per più rlipetti 11 belllnlnio Iitoto d«I prof. D. Conri- ■em, Vii-siHt uil aolie Sta, Llvoroo, 1873, a quello di A. Oiat, Sima niUt mitmarit t ntltiwuit'«*'lmi dil <*ii<t Ita, Tonno, 1809.
Aeccniuto lA llliii da'qiull mi luno nlio di pia, mi aUlacIto ili tlvolgon pDl>- bUd rtnRTulameiiU ■ quelle penane elia mi elontuDD di duU, di nollile, di con- UgU. Lanciando tntUTln da parla, perché troppo el TOmblM, Il diro di qnauto lo ala tonato al mio iUnilrs maatn Prof. PIO R^na, Tnno fi qnile tutti noi auol dlacepoU abbiamo debiti di gntltndlna dirai qnaal Inllnitl. rlnflrailerù Bugnatametile n db. Pro!. D. CompaiettI e 11 Ch. Prof. A. D'Ancona, cbe mi tornirono libri dincill ad arei^ d-aHrande: Il Ch. Pmt Koratl, eha mi fu oorleia da'nool atipuotlill Ch. Pcot Car. OaeUno Ullanaal e 11 Bot. Car. ActlaBl. Prefetto della Launnziiua, per «■crai adoperati gentilmente In mio favore i finalDicute U mio bnua anilcg Dott. Egidio Oom, al quale debbo piò d'una notlila.
Diai.zodBjGoOglc
era ìmpositibìle che VEneide fosse trascarata, e non d tei tasse di ridurla al ^sto del tempo, trasformando il ma> stoso esametro nello srelto ottonario, e aUa severa e colossa! architettora romana sostituendo i firastagli bizzarri d'ui cattedrale (gotica. S'ebbe cosi, accanto all'opera dì Beno de Sainte-More e accanto al Soman de Thiòes il Soma ^ Eneas, e l'eroe vir^liano, pio e contegnoso, come coli cbe portava in s^ i destini del mondo, con sua gran mi raviglia assunse vestì e sentimenti di cavaliere fendale, dalla Lavinia classica, appena intraveduta nello sfondo i nn virgineo atteggiamento di addolorata, ebocciò faori nr Lavinia nuova, la castellana innamorata del biondo e splei dido Enea, cbe non sapendo in qnal altro modo svelarg il suo amore, nasconde nn foglio dentro una freccia e glie! fa saettare davanti.
U Roman tT Eneas fu il solo poema medievale frauce! che traesse dall' Eneide la sua materia e anche gran pnri della sna forma ? Sarebbe incauto l' affermarlo, mentre pò: siamo assicurare che se anche il Poema fosse stato solo (1
I naU e thUU probiUlmtaH di kn
li*tl«n «n OrUndD, TiugODO *i>portat] imi fuma: denta di PodiId Fiuto, Eh* inno qnalle eb< Il n di Trol» «d Elliwiida. Kooo I ymk di Btrtnod i
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une 1 nAR. itai. iwll k^eide 109
perduto per Bempre; il soggiorao infine di Enea a Cartagine Tten prolongato. S^U si parte < vedendo la stagion di pri- nuTera « il tempo di navicare bello e cliiaro > (1), mentre in Virgilio si mette in mare « hibemo sidere > e < mediis aqnibnibus > (2). Del quinto Libro è cnrìoBa una piccola klf^nnta fatta aìV Eneide: l'antica Beroe, ebe qui diventa Berce, (sotto l'aspetto della qoale in Yi^ilio si trasforma Oinnone per indar le Troiane ad ardere le navi, mentre Ar- mannino, sopprìmendo la trasformazione, fa ietigatrìce lei stessa) ha nella Fiorita dne figlinoli, Cnriaa e Cleopas. Finalmente dal sesto libro noteremo che nella rassegna dei suoi discendenti, Anchise mostra al figlinolo Silvio vestito di bianco, coli' asta in mano e bianche rase in capo ; Romolo I Remo con nna croce in mano e < calzari legatoi > in piede, tntti adomati a mo' di pastori ; Marcello pallido in volto, sopra nn bianco palafreno ; Cesare, cai veniva portato sopra la testa < nn gon&lone di aqnila intagliata >.
Che cosa dobbiamo noi pensare di qnesti mutamenti? Aldini si spiegano senza difficoltà: Ecuba fatta spettatrice della morte del figlinolo, probabilmente deriva da una specie d'anione della vomone virgiliana coU'ovidiana, accettata da Dante (3), secondo la quale la madre vide il corpo del ■ EDO Polidoro > sul lido marino, e ne impazzò. La morte di Anchise, come ci è data da Armaanino, proviene dalle favole dassiche, favole accennate anche nei versi di Virgi- bo, II, &17-49, messi in bocca ad Anchise medesimo:
Jam prid«m invùtu Divù et inntìlis, annoi
demoror; ex qao me DivOm paler atqne hominom rei
fuliDinu adOant ventU et contìgit ìgnL
Dove Servio nota: «Fabula sane talis est; cnm inter aeqnales epularetur Anchises, gloriatus iraditnr de concu- bita Teneris. qood com Jovi Tenns questa esset, emeruit ut in Anchìsem ftilmina mitterentur; sed Venus cum eum
il) T. m t.
(t) L. IV. KW ■ SUt
{%) Or. JUna. EOI. iS mn.: hifmtt. XXX. IS Mft.
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110 B. a. PUODi
falmìne posse Yidisset mterimì, miserata inrenem io aliam partem fìilmen detomt. Anchisee tamen afflatns igne caele- sti semper debilis rixit » (1). Secondo altri sarebbe stato ac- cecato dal fulnune, ma Igino invece dice proprio che ne fu ncciso, Favola XGIV, cosicché b' accorda col nostro tranne pel laogo della morte, che tace (2). ìla qui il luogo della morte veniva dato da Virgilio, mentre il modo era taciato da lui, cosicché Armannino potè aggiungerlo di suo, senza che a noi importi dì ricercare se ciò fosse conveniente o no.
Difficoltà maggiori non ofite l'indagare d'onde sia ve- nuta all' A. l'idea dello strano oso del Castolo di Lenc&de. Infatti anche qui ci aiuta Servio, al v. 275 del L. Ili : * Et formidatus nautis: autqqodlocasliostilìs,,.. aut, ut quidam volunt, quia moris erat aliqnem ei de nautis immolari ».
Anche del prolungato soggiorno preìtso Didone potremmo cercare dì renderci ragione. Infatti, soppresso da. Arman- nino l'intervento di Giunone, mancava ornai ad Enea ima ragione ed un motivo all^ immediata partenza, tanto più quando le sue navi, essendo rotte e sdruscite, avevan bi- sogno di lunghi raddobbi. Ma |>erché il discorso con Anna e la confessione a lei fatta furon mutati di luogo, senza alcun riguardo all'efficacia maravìgUosa che quelle poche parole hanno appunto là dove son messe, prima della colpa, con quello scoppio di pianto che le chiude, eh' è di per sé un capolavoro di verità e di passione? E d'oudc vennero ad Armanniuo Enea fatto re di Cretii, i due figli di Beroe, O, com'egli dice, di Berce, e gli atloruumenti curiosi delle anime de' suoi discendenti, mostratigli dal padre?
Una risposta ornai, combinando queste particolarità con certi tratti da noi osservati più sopra, si potrebbe comin- ciare a darla. Ma tuttavia raduniamo prima nitrì fatti, esaminando i Librì seguenti: la risposta si farà di per sé pi il evidente.
(1) Srnii snuimnHeì (m fir-mlìtr in r/rfilil rumini nmmiuhrii, n ammaim THn.o bt Hamm Hjiaiii. Llpili. Tsnbntr, IKR.
lì) Pw lauro mi ifito drìl' rIIkIodc di Ltour, aionnsl di OabUiu
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UTAC. I TBAD. ITAL. DEU'eKBIDE 101
dal pTo£ Rajna medesimo (1), e del quale c'è pure un esem- plare tra i codici Ashbarnhamiani della Laarenziana, in un codice della Braidense di Milano e finalmente in un Parigino del quale non lio che' poche notìzie.
Potremo finalmente dir qualche coaa d' un brenssimo, ma assai strano racconto dei casi di Enea in Italia, che è inse- rito in una versione o meglio rifacimento poetico del Te- soro dì Bnmetto Latini, trovato da me in un Codice della Palatina.
A complemento del nosb^ studio daremo da ultimo nu rapido cenno di quelle bien narrazioni che si sogliono tro- vare in gran parte delle solite Cronache TTnìversali, latine 0 italiane, ed anche altrove, specialmente nei Cominenta- toii dì Dante.
I. I KIFACIMENTI IN PROSA
CAPITOLO I
U < nOI^TA > DI ABMUnnXO GIUDICE
Cominciamo dalla Fiorita di Armannìno, come quella che ha la data sicura del 1325, e che dev'esser quindi anteriore alla Fiorita di Guido da Fisa. Il Mazzatinti, come dicemmo, fece uno studio completo, sebbene non molto esatto né sicuro, delle fonti di essa, e non potè non av- vedersi, per quello che concerne la parie nostra, che il compilatore aveva seguito Virgilio e talvolta una fonte fran- cese, ch'egli afferma essere il Roman (TEtieas. Vediamo se si debbano accettare in tutto le sue conclusioni, o se invece non convenga modificarle notevolmente.
(1) ndd.pac. M3.
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102 E. e. puoDi
E^li RCrÌTe in principio: < Coti il libro XXII comincia nella Fiorita d' Armannino la legenda d'Enea, nel rao- eonto della quale esso segni altematàramente Yn^ìlio e il Romanzo francese attribuito a Benolt de Sainte-More > (1). Esamina i primi quattro libri e poi dice qnasi a modo di conelosione: < L* Armannino fin qui ha riprodotto fedel- mente il racconto di Benolt, e qnesti alla sna volta non s'è mai diecosiato dal testo vi^iUano, tranne in nn lut^o, àoÌ dove fa menzione del oepolero di Dìdone e >lell' epitaffio die ìei ricordava e Y infausto amor sno > (2). Fermiamoci nn momsnto ad esaminare il ramificato e la verità di queste aaaeizioni.
E chiaro che il dir che Armannino b' è tenato al racconto dì Benolt, il quale s'è tenuto a Virgilio, deve ngaificare che ba Armannino e Virgilio e' è Benolt come intermediario, e che quel poco di sno che il francese ha introdotto nel- l'opera del poeta Ialino trovandosi, almeno nella parte es- senziale, riprodotto da Armannino, ci rende sicuri della di- pendenza di questo da quello. Ora da che punto comiueiò, secondo il Mnzzattntì, questa dipendenza e questa fedele riproduzione ? Dai primi libri intanto no certo. Infatti dalla CEposizione ch'egli stesso fa del poema francese e della Fio- rita, sì ricava' che il troverò e Armannino hanno seguito nna via del tatto divema. Questi, dovendo continuare cro- nologicamente la sua compilazione, trascura affatto il Li- bro II délT Eneide, avendo già narrato i fatti in esso com- presi, in modo ben diverHO e da altra fonte, nella parte precedente; comincia invece dal terzo, e riprodottolo con molta esattezza, trascurando solo l' episodio dei Ciclopi , toma indietro al primo, col quale conduce Enea presso Didone. Quivi la preghiera a lui rivolta di raccontare i pericoli corn e il racconto suo sono accennati con parole generali : < Poi ch'ebbe mangiato Dido or mena Enea a vedere le belle opere del suo lavorio; or lo mette in -parole, or gli £a con-
(:) LiOB. dt. tMg. SOL
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urie. I TBU>. ITU.. DELL ENEIDE 103
tare e gran fatti di Troia. Lnogo non trova né giorno né notte; il san amore di di in di cresce. > (l)
II taroTero segne invece Virgilio: dopo i preamboli eìu Troia e il giudizio di Paride, si ha la tempesta che sbatte le navi in ÀMca; ivi poi il racconto fatto da Enea, benché non sia affatto rìaasnnto in una quarantina di versi , come il Mazza tinti vuole (2), ma in circa 350, comprende solo il secondo Libro dell' Eneide, del qnale Armannino non b' è po- tuto valere, e trascura quoGÌ completamente il Libro III, che invece costitoisce la mosaima parte del Conto 22.* della Fiorita. È manifesto adunque che qui non pub esserci qntstione di dipendenza dell'uno dall'altro; ed è anche manifesto il perché della coincidenza accennata dal Mazza- tìnti in modo da indurre facilmente in errore, che entrambi trascurino l'episodio dei Ciclopi: in realtà il Mancese omette i Ciclopi perché omette tutta la narrazione del settenne viaggio di Enea.
Veniamo ora a considerare piti minutamente il Li- bro IT, per vedere se almeno in questo potessimo riscon-
ti) Tania qimlo pu», ramo rII allrt eb* mi mani di tlpart*» deUm Fiorila, -tao i% mi dtiU KieoiidD U Cod. Laiir. PI. LXXXIX mr. M. QntatD al tran IB n*a >1 r. 131 r. Piò olln darò alcnol icbtarlinBDU intento ■! Codio! Fkirvutlnl d'Ar- matuilno. perche tSb cha oa'dlu II U. è iptaw lomnicttnte o Innalto.
Blgnardo *1 modo d> ma lanuto odia truorlilon* dal manoactlttl In generila, ■1 noti eba non mi aone obbligato ad nna «cmpalnu (tdclU DtironDgrafla. ■ roaì in tutti 1 lanital dove II dnhblo ani Talora del acjtna Dan en poulblle, ho aontilulLa all-antlco il modamo «nrlapondenta. Qnindl ho dlallnlo h da >, ho IntrodDllD U ( alpoatodel ( e del f.hoaaritto II e non el eU. Ho iDoltra «opprtaso 1'* dova ora noi non l'nitamo piò; a Bntlnianto bo pantiigB>a<o " aeiientiiato il più ruttamcnle ■«allibile iDTec* per i* eonaonartl doppie o aenpliel, e in Rmarale por tntto elb cfaa in qnilcbD modo poterà cBarr dubbio o arere una ipaclala Importanza, mi aon tesata fcdalKalmo al Codleo da eoi tra«rJveTa.
(11 n U. affanna eli anila fede dal PkÌ, Fmsì ttc, ma non i troppo eaatlo nalU dtazlona, dicendo^ tanto qnlri some nelt* altra apoccalo daUo etcaao A. VEaiiii Ut Htiiri it TtUiti atc. cba, non tutto U L. H k rlannnto in una qnaranlink di Tenl, nu la aola praaa di Troll eo'anoi tuU apIaodlL Prima di qa«ll iDTace «1 neeonU langamanta lo atntagemiiia di Einone con ciò cbe il attiene ad cbko. Dal Rtmaa fEnwt io parlo a cito tUroKa 1 irrii, aeoondo U Cod. Lliir. ri. XLI tt.dl latlnia «aaai lUmdl*, ma molto curtctlo a meno ramuodcmato ^liv ni<a Ila anello atcnJlo dal Pei no'mol EatntU.
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lui B. a. pjkKoui
trare tracàe d' ttna più stretta relazione tra la Fiorita e il Boman d' Eneaa. Nella Fiorita è seguito Virgilio : 1* approdo, la caccia dei cervi, distrìbaiti poi alle nari, l'incontro di Enea e di Acate con Venere trasformata in cacciatrice, finalmente il loro entraxe nella città coperti d'ona nebbia non ci posBOQO lasciar dubbio. Solo si potrebbe credere che le stesse cose si trovasaero anche nel Roman d^Eaeas, e che da questo più che dal poema latino le avesse attìnte il bolognese. Ma sialno ben lontani da ciò: il troverò fa ÌDcor^giare i suoi da Enea, ma questi non va egli stesso ad esplorare il paese, bensì manda alcuni de' suoi, che en- trati in Cartagine, descritta con splendidi colori, ed abboc- catÌMi colla regina, ritornano coli' invito fattogli di recarsi presso di lei. Tralasciamo d'accennare al magnifico abbi- gliamento del duce Troiano e al nnmero);o corteggio col qnale egli entra nella città, fatto Regno all'ammirazione de' cittadini, che lo distinguono subito fra tutti olla bella persona ed al nobile portamento.
Non meno gravi né meno evidenti Kono le differenze se si continui l'esame. Nella Fiorita, mentre Enea sta os- servando le pitture del tempio, giunge Sidone e id pone sul e tribunale ■. Stavano diuLinzi a lei < innestrì e manovali e soprastanti n quelle opere fare. Ella con costoro divi- sando l'opere che era mettere di fare, con loro dìspotava, ragione rendea a chi la domandava > (1). Come si ^ente, tdomo in Virgilio (2). A un tratto ecco con gran rnmore i compagni, che fi credevan perduti, di Enea, ma che in- vece, buttati dalla tempesta ad an lido guardato, eran stìiti fatti prigionieri dalle giurdie Tìrie. Le parole d'ilionen, la risposta di Didone, e poi, all'osservazione di Acate, l'nscire dei dne dalla nebbia, son tutti tratta virgiliani, i^eb- bene abbreviati. < Dido reina vedendo Enea sccp« gìEi dello scanno e per mono lo prette e fagli grande onore; nella Rolft reale l'à -condotb^. Quivi s'apparecchia ci mangiare.
(s) i». I, Mi -ve.
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UPIC X TKAD. ITJtL. I>ELL ENBtl>E 1U>J
Dido gnarda Enea d^ogni lato; ^avano bellì^imino Io Tede, fresco e colorito, bianco e biondo e crespi i snoi capelli e di begli costami ornato. D'amore s'accese di Ini al forte che ad altro non pensava se non di potere sodisfare al fino desideroso appitìto > (1). Enea intanto manda Acate per Ascanio, che venga con doni per la r^na. De' timori di Venere e della st^titnzìone di Cnpido ad Aecanio l' A. non tocca; ai doni accenna appena, ma più a longo parla del gioTÌnetto: < Qnello venne tanto bello e conto, costumato e gentilesco che somigliante non ai vide già mai. Inginocchia- tosi dinanzi alla reina e fatti e ricchi presenti che '1 padre gli mandò dicendo, Dido il guarda e per amore del padre in braccio lo \àeae; ora lo bacia, ora Io gnarda e abraccia; et qniri in Ini in Inogo del padre ne prende diletto > (2). I Troiani < mangiano di grande volontode, perb che grande mesitiero n'aveano. Dido non cessa quanto coperto pnote qoondo el padre e qnando el figlinolo per Ini rimirare; al mangiare dà hiogo, e solo questo fare le pare dolce cibo > (3). Cosi dopo accennato all' indifferenza d'Enea, che di nulla s'accorgeva, come il cacciatore che a sna insaputa ha ferito Qiortitliuente la cerva, e all'amore invece sempre crescente di Didone, Amiannino fa seguire la descririone della caccia, trascuroudo tutta la prima parte del L. IV, cioè fino al T. 128.
In questo luogo che abbiamo parte rìasBnnto, parte tra- ^tto esattamente, alcuni tratti hanno davvero un tale colorito frnnce.te, che si potrebbe crederli desunti dal Jìo- «ifin iTlCiìms. Ma ciò non è, KÌa che si conKÌdcri l'ordine ilei fatti, sia che invece la forma. Il troverò, trasformando tutto al modo cavalleresco, ci mostra Enea e Didone che si t'eg^no lontani dagli altri nel vano d'una finestra, ove si trattengono dolcemente a discorrere; poi, se anch' egli trn- iKiura la sostituzione del Dio d'Amore ad Ascanio, almeno fa che Venere, abbruciando il giovinetto, gli infonda il potere
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lOG . B. 6. riBODI
dì ÌDnnmorare chi primo lo bacì; descrive ì doni, descrÌTe a luogo l'amore che dai baci d'Ascanio s'insinna oel cuore dell'iofelice regina; infine, dopo che Enea ha finito il ano racconto, essa lo conduce alla camera destinatagli, assiste al euo coricarsi, e poi partitasi di là a gran pena, passa nna notte angosciosissima, nella descrizione della quale il troverò spiega tutta la sua conoscenza delle trafitture della passione, e trova espressioni spesso efficaci ed ardite, anche troppo ardite se sì vuole, quantunque il tutto si risenta sempre un po' del linguaggio convennonale del tempo. Il mattino Bidone chiama a sé Anna, e solo dopo il consiglio di lei (la- sciando da parte anche qui Venere e Giunone) vien decisa la caccia.
Ma se non nel racconto, potrebbero esservi qua e là imitazioni di forma. Infatti il Mazzatinti accanto allt: pa- role d'Armannino < reggendolo bianco e biòndo e vermì- glio etc. » mette ì versi del francese:
Le def a bloot recercelé, cler ot 1« vis et la figure el bele la reguardenie (1).
Ma a me non pare che qui si possa parlare d' imitatone. Ambedue i paKui hanno il loro punto di partenza ne' bei versi di Virgilio I 589. segg. :
Restitit Aeneas, elaraque in luce rerulsit, OS humerosque Deo simìlis; namque ipsa decoraui cnesariem nato genctru, iDmenqDe iuTentae pnrpunum, et laetos oculis adllàrat honores.
Il < purpureum > è tradotto nel * colorito r, come quel < giovine bellissimo > risponde al < lumen iuventne > ; * bion- do » invera non è nel latino, mentre è nel francese, ma ciò significa poco, tanto più aggiunto a < creiipo > , quando f^i consideri che questi sono i due epìteti dald da Amuinnino quasi sempre ai capelli, per esprimerne il maissimo grado
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U»C. K TILiS. ITAL. DBLl'bDZIDS 107
a periezioiie, e quando s sappia che il biondo era nno dri antteri più stereotipati della bellezza cooTenzionale del mtdio ero (1).
La caccia è in Ànnannino ricalcata sn Virgilio, con di pift certe conaiderazioDi morali ; omessa è qui, ma si troTS JHJI sotto, la descrizione della fama; omesse totalmente in- TKc eoDQ, per la tendenza a far di meno del sopranoatorale pagano, la preghiera di Giarba e la risoluzione di Giore, che n'è la conseguenza, di mandare Hercnrio ad Enea. Il resto è compendiato dalV Eneide con sufficiente esattezza. Ora è ben vero che air Eneide sì tenne fedele anche il poeta fnncese; anzi il messaggio di Giove è in esso e non in Armumino e cosi qualche altro particolai^; ma tutto il colorito è cosi mutato, che avendo nell'nn caso e nell'altro le cose medesime, ci appariscono in una luce affatto direraa. Anunnino è ancora, se non altro perché il piti delle tolte noD fa che tradurre, più Ticino all'antichità; col Soman itE«eaa siamo in medio evo pieno e schietto, e non si po- trebbe ammettere senza chiuder gli occhi all'evidenza, che Titaliano abbia attinto dal irancese alcuna cosa.
Se pel quarto Libro l' assolata indipendenza de' nostri ine rìfacitori ci pare dimostrata, sul quinto poi e sul sesto i dabbii non possono quasi neppure sussistere. Infatti il
'■■^ U qnkJe puvft Gbe gli Ardf ni lulU Lm chioma, la quale «ra blonda a eivapa»; Idgt ifnetUTl «DO di AnouDlDo. La dUomadl Tanera. cbs al Ik iocontra ad Ensa ■dinlt, Iraalormala In euctatrlee. i pur blonda, mntia Virgilio DOD co D* dice Halm: lOU inai bloodl capelli kìoIU per lo Tento ihilsaTaBo > t 111 r., 0 più "it iRDdea la ina bionda cbloma oom* O'amlouala dlTlno al qnale aemprn rt- Hu> (. isi r.>^ [Il in i ripetuto pei eirora Al eU nmikaTli il eodiei). Dal reato B M ledere li libro del BmcE, Il Up* Mf ttfc* itU* JmM mi mtilit aa, ijwws. laSS, > H3f ' 10. 30. IM ttc E al potrebboro ottai* molti altri «Hmpi olti* ai tnol : per 'iru qsaleana. di proia. ore Ueitir • erupf *l ttoflno miti, eltetenw 11 OtraiMniii, Mlt aa-m della Olont. IT : e La FlamBetta, Il «al capelli eraa empi , Inngkl e f<n.:ii PatatUn digli ÀOii'l.lUia-n- '» itaiHwa vauo e lubarbe Apislln, cft- 'làte t* HU ereapa ■ UoadlMlmi coma di fronde d'ano odotUem e MtdlMlma
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106 E> 0> PIBODI
Libro V ha in ArmannÌDO nn ampio sviluppo, ineutre • appena accennato nel poema; il se^to poi, contenendo Tln' feino, ci conduce ad una delle parti dove T originalità d Armannino è pii) sicura e più incontestabile, originalità bei inteso nel senso del non essersi egli astretto a segnire tu testo più che un altro, mentre di elementi dirersi composi nn Inferno suo. E cosi nessuno dei sei primi libri ci ma' etra la minima traccia dì qnel Roman tf Eiteas che Arman nino avrebbe dovuto tenere davanti come fonte principalis' sima del suo racconto ; ed essi ci conducono invece, fra tratt che pur tradiscono davvero un'influenza iraneese, a qnalchi cosa che è sempre più stretto e più fedele eìV Eneide latina
Possiamo qui raccogliere, prima di procedere oltre e d trarre delle conclusioni, certi altri fatti, che per tutto i corso dei sei primi libri dÌKtingnono la narrazione d'Ar mannino da quella di Virgilio.
Eccone i principali. Polidoro dice d'essere stato uccìm < in prcNenzia della sua dolce madre » (1); Idomeneo avevi abbandonato Creta < forte temendo di certi suoi nemici * (2 e qnindi Enea è fatto volentieri re di tutto il paese; nel l'isola di Leocade (rhe non è più isola e si chiama Eucat« c'è uno strano e barbaro costume: <di quanti in quello laogt arrivava, uno conveniva che morto funsi e di lui fattone i sacrificio in su l'altare d'Apollo * (3). La morte d'Anchisi è narrata cou ima circostanza che in Virgilio non è : < es Bendo Anchi.'« ni sacrificio, subitamente sorreunono folgoi da cielo con la snetta focosa e ordente, e percosse Anchise ond' egli uè morì. Questo intervenue, come diceano coloro però che egli sì vnntò che carnalmente Vcnus dea cono scinto avea > (4). Passando al quarto Libro, Didone noi svela ad Auna il suo amore se non dopo che ha commessi già il suo fuUo con Enea; la descrizione della Fama i mu tata di pofto e mcKsa in bocca dell'infelice regina, ch< n^li ultimi momenti rimpiange il suo bel nome di castit
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BITAC. B TBilt. ITAL. I»Ll'kXE1I>B 9^
ndsdoDÌ in prosa noD poche dovettero tenergli dietra, di- pendenti da esso più o meno; e che anche queste, colla facilità maraTÌgliosa con cui la letteratura francese sì diffuse in Eoropa nel medio evo, dovettero spargersi ovunque, co^l ad allettamento del popolo, come a sollievo delle lunghe noie signorili.
Tuttavia delle attrattive sue ben potenti ne aveva anche per gli nomini del medio evo il poema latino nella »ua forma originale; e sopratutto attingendo forza e vita sua propria dalle scuole, dove s'apprendeva a venerarlo come tesoro di recondita dottrina e compendio di tutta l'umiinu sapienza, doveva presso coloro che a cagion d' onore si chia- mavano chierici r riuscir vincitore non di rado nella lotta contro le sovrapposizioni straniere e contro gli adornamenti cavallereschi. Ora in quanta parte si sostenne e vinse e fn adottato come materia di racconto poetico per il popolo o di esposizione in certo modo dotta e storica per i letterati e i sem i letterati ; e in quanta parte invece dove cedere allo attrattive di bellezze nuove, che' se meno pure, se meno eccelse, se meno dorature, eron però quelle che rispondevano meglio ai sentimenti ed ai costumi del tempo?
Ln risposta a tuie domanda è, per ciò che riguarda l'Italia, l'ometto delle pagine che seguono. E^tuiiinando una per una, il più. esattamente che sia possibile, le reda- zioni conservateci in prosa e in poesia, dipendenti in qualche modo àaìV Earide, e inoltre le traduzioni di es.sa, cerche- remo di trame qualche conclusione, benché T essere il nostro materiale non certo piti che nn frammento di quello che
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nn tempo esistette, non ci possa permettere di fondarci i di esso come sopra un terreno pienamente saldo e sìcnro.
Non tenendo conto per ora delle tradnzioni, a cni di dicheremo in fìne un capitoletto speciale, noi dÌTÌderemo rifacimenti dì Virgilio io prosastici e poetici. I prosasti sono i segaentì:
I. La Fiorita di Armaunino Giudice, cominciando d. Conto XXIL Essn fu già studiata dal Mazzntinti, ancl per la parte che ci riguarda, ma non sarà inutile tornar sopra.
n. Il Fiore (VIUtlia di Guido da Pixa Carmelitano, pi quella parte di esso che si kuoI stampare da sola col tdto! / F<Mi tTEnea.
III. Quei FaUi (T Enea che Gioachino De Marzo pu) blicò per intero in Appendice al Riio, Saggio (T iììuittrasioi a un Codice Volgare della Guerra dì Troia, e cLVgli a trìbuì ad un Anonimo Siciliano. Vedremo come anche nel Biblioteche di Firenze questa yersione sia rappresentata i vani codici.
IV. Un lungo pezzo d'una compilazione di Storia Un versole, contenuta in un Codice Magliabecliinno, la qua ha per titolo: Fioretto (Mia JBUAÌa.
V. Una redazione latina, interpolata con Tersi di Vi giho, la quale è contenuta in un Codice Riccardiano.
VI. Una seconda redazione latina, intitolata StiiitUi Virgilii Eiimtìos, anch'e.ssa contenuta in un Codice Itii cardinno.
Di redazioni poetiche it numero è a»sai ristretto, ne avendone io trorato che due.
I. Quella parte del Tiviano & stampa, che fa dal pr<i Pio B^jna chiamata r Aquila Xcrn (1), cioè gli ultimi oti conti, dai quali però bisogna ancora togliere il XIX e il X> che trattano delle Storie Romane fino a Cesare.
IL II poema contennto in nn codice senese segnalai
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BITIC. I TMQ. ITIL. DELl' ENEIDE 111
Sbarcato alla foce d^l Terere per far sacrifizio a Giu- nonfl, e riconoscinta all' esclamazione di Giulio e alla scoperta della bianca troia la terra predestinata, Enea fa inalzare da' suoi lon^ le rive del Tevere on forte castello, cui chia- mano < Albana per la bianca porca la quale quivi trovò > (1) ; e intanto manda cento de' suoi in ambasciata al re della contrada, Latino, domandandogli terra pe^ suoi e profferen- dogli om^gio e "tributo. LatÌTio li accoglie benissimo; il consiglio dei baroni risolve di acconsentire alle loro domande. Qui si vien raccontando di Lavinia già promessa a Turno, dei prodigi cbe avevan poi dissuaso il vecchio re da quel matrimonio, e delle predizioni circa la venuta d'un illustre straniero, al quale i fati la destinavano. Latino adunque, colpito dair arrivo di quei J'roiani, che gli parevano ap- punto l'illustre gente aspettata, manda cento cavalli ad Enea, e lo fa invitare a recarsi alla città. Ci sia permesso di riportare qui colle parole stesse di Àrmannino il brano che si riferisce alla venuta di Enea a Lanrento, giacché è importante assai per la nostra quistione e il Mazzatinti non credè di doverlo neppure accennare.
< Tutta gente traggono per vedere Enea; donne e don- ielle stanno agli balconi per vedere la troiana gente. La- vina con molte donzelle trasse per vedere Enea e gli suoi baroni. Molto gu,Brda Enea el barone, el quale cavalca tanto bello e dextro. Mai non le parve vedere ninno tanto leggiadro stare in una sella, in capelli biondi come Toro, anellati e crespi, con uno cerchietto in capo di fine seta, fornito di rilucenti e preziose gemme. Tutti rilucono e suoi biondi capelli intomo alla sua fresca e colorita faccia. Uno mantello di grisi foderato è d' uno panno baldacchino molto ricco e bello. Nelle staffe portava e snoi piedi fermi e forti ; bene signoreggiava tutti gli altri baroni. Grande e grosso di persona, bene gli risponde ogni membro a modo. La- Tina il gnarda; non mai le parve vedere uno cavaliere di
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BIPAC. I TUO. IT AL. DILL EHEIDE ll!l
aina qn'ele ftut d'ilaec mene ja a ebangit -e. foiz colore. ■» Or est cbeoile n lai d'amore : voiUe OH non uner l'estuet (!)■
Ci si presenta ora qui pìtt ioBistente la qoistione: que- st' episodio fa traefoimato in tal modo da Àrmannino, op- pure gli Tenne indirettamente da una fonte cbe noi non conosciamo ? Le differenze non sono pocbe ; prìncipalissima la soa trasposizione, e l'averlo collegato con un altro fatto di cui né Vigilio né il francese ci padano, l'andata di Enea a Lanrento, appena avutone T invito da Latino. Pei> che avrebbe il nostro A. dovuto inventar quest'andata? E sopratutto egli che per lo piU abbrevia e tocca rapida- mente, perché avrebbe qui dovuto diffondersi in una de- ecrizìoDe tutta di colorito francese, se questa non gli veniva offerta da un testo che aveva dinanzi ? La sua intenzione era dì mettere insieme una Fiorita di storie raccolte qua e là, non punto un romanzo; ora ciò ch'egli non trovava in Virgilio poteva benissimo senza scrupolo toglierlo da altri, ma dif&cilmente si sarebbe indotto a lavorare di fantasia. E questo era, come si sa, il carattere generale de' nostri Italiani del medio evo : pìeui d'un superstizioso rispetto p«r l'antichità, mirando più cbe al diletto all'insegnamento, più die al romanzo alla storia, accettavano come provato abba- stanza tutto ciò che trovassero narrato da altri, ma non capivano troppo come attorno ad un fatto si potessero rica- mare quelle bizzarre fantasie, che in tanta copia sgorga- vano invece dai cervelli de' nostri vicini d'oltr'ÀIpe.
Seuonché, lasciando pure da parte queste considerazioni generali, se la fonte d' Àrmannino è, oltre all'^Tteùfc, il Bonian $ Eneas, nna quantità di piccoli fatti restano senza
(I) Diamo qnl 1* prloelpaU Tarlutlda] tailo dal Par: 3 Bgirdi dawn; Iloti ra à «ni rami U pL I cranlini dd mai mUt; S 1« Tnliiu: 1 eon- ■acDunt: lOn'ail; H bclU; 14 cuenni la 1« qol la t. ; IB eigiM*; Emau; 30 fngud* daui toa; SS (a dlloc; S4 A al cangk: color:
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ti -^LiiTib «vT aoMCV tt ^MH^ 1^ biK- c^ à dica •ATie». ^ •<» ^VAÙ s 3uLi.. m ^^ n^lv a^ar stesa
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BITÀC. X TBiD. ITjUo MLL'iSUDI 115
dimeno Tenere che & dono al figlio delle ormi fabbricate ig Tolcano, è conservata. Mentre Enea sì reca presso ETandro per aiuti, Tomo assale il castello Albano, cosi detto dalla bianca troia (1); il numero delle schiere e dei gneirieri cb' egli conduce ci è dato nella Fiorita con molta minutezza, certo non sulle traccio di Vir^o; ì giorni di combattimento sono molti, invece di dae come aeìT Ennide; l'ordine dei fatti è assai mutato. Particolari curiosi e che confermano assai bene la nostra spiegazione si trovano nella battaglia fra le genti di Turno e quelle d'Enea, quando questi BCeude dalle navi cogli ottenuti soccorsi. Anche qui si danno con esattezza le cifre, e un colorito cavalleresco gì diffonde su tutto il racconto. Non poeriamo a meno di riportare la descrizione del duello mortale tra Forone ed Enea, col quale la battaglia comincia. Que^ veniva in- nanzi minacdando e chiamando Enea ad alta voce : < Pharo era della persona grande e grosso; gitante parea a vedere. Enea l'ode; arditamente gli risponde: Lascia le parole e vieni a' fatti, se tu hai forza, che ti bisognerà. Quello si trasse innanzi e alzò la mazza, e credette ferir Elnea in sn la testa; ma quello che era maestro e costumato, colse uno Balto e scansò quel gran colpo. Enea allui de la spada feri in sn lo scudo, ma non che allui aprozimare si voglia. Qaivi è la forte battaglia de' due buoni pedoni; Vuno è grande e smisurato, e V altro è di buona t^lia, ma niente pare Enea a rispetto di Pharo. Intorno alloro da ogni lato è la forte battaglia tra qne' pedoni. Enea sta con Pharo a mano a mano: motto è durata quella loro battaglia; Enea pensi di sbrigare el fatto. Uno grande lancione con uno ampio ferro, el quale in vulgare follaricb la (sic) chiama (usare sì suole a caccia di tnnghiale), quello si fece dare
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Kmm « «M tata» f.im !• ban* a nuvou Per mezzo i] y«4U« V ìmì à lictr c^ saa ^ nke knn né puiaera, «tic 4ijn«' » f«nr wn (£ fs^us d fcm. Coa U sua
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BtFlC E TSID. ITAL. DELL^ESBIDE 117
il pia valido sostegno della battaglia ; Airone noD va però iupnnito, ma per mano di Atys, compE^pia di Camilla, pro- babile trasformazione, ma non armaniuDiana certo, di Opis, ha trapassata la vena organale (1).
n fatto di Tibnrto, come yieu chiamato nella Fiorita, (Jie da Tarconte è tratto a forza tra le schiere b-oiane (2), licere alcuni tocchi nuovi; Armannìno, completando Vir- giho, ci informa che tra i due v'era mortale inimicizia, poi- àié da Tibnrto era stato a Tarcone accìso an fratello; ci informa inoltre che i Troiani fecero strano del prigioniero. < Mai di tonno non ed fe^ tanti pezzi, quanti quella gente feòono di Tibnrto >. I Rutn]i sono sconfitti, Turno è co- stretto a lasciare l'agguato contro Enea; questi giunge sotto la città e s'accampa su un forte colle, press' a poco come nel Roman ^ Eneas, ma senza la splendida descrizione che in esso è della tenda di lui. Qui viene al duce Troiano il messaggio di Turno, recando la sfida; ed è nella tregua conchìusa per attendere il giorno del combattimento fra i due campioni che, come si sa, avviene l'episodio della frec- cia, unica traccia d'una fonte francese che il Mazzatinti abbia sguaiata nella Fiorita.
Però le differenze che tra la t^orUa e il romanzo vi sono anche in qne&to episodio, eopratutto il diverso contenuto del < breve > mandato, mostrano che questa non è la fonte diretta, e tolgono quindi ancbe qui la necessiti di supporre che il poema francese fosse esso stesao tra le mani di Ar- mannino. "Sci poema, Lavinia fa senz'altro la confessione del suo amore; nella Fiorita invece avverte Enea di guar- darsi dai traditori, avendo intero che si macchinava di ten- dergli un agguato nel giorno del suo combattimento con
canEi»>ooiitrasTnnM>. «te.i tOllT. Set cuUUo di cai il liatU. parti Liunno iLnxn nelli id* DacrOHimt ti iidta Ittìia. VansUs, IHl, t M i. Dal npllola In- Urao %i Bibltil: < BafnltmOa pai U Kegn rttrorul nn altro ponte ili plctn. «opn Aelto flm» Ticino id Harona eaatcUo tto. >.
Il] Sai Km** H'Snni» VL> < trucUa 11 a l'orinai Tolua >. parlaudo di AKinlo cb( nnido 11 A^Uo di '^ 0 Timo.
(3) Vaa, XI. TU iff ., ora parò furaco di Tlbarto il ba Vanulo.
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118 I. e. piiODi
Turno. Neppur è da tarascorare che qoi Enea domanda ai pastori il nome della fandalla che Tede alla finestra e poi s'allontana senza farle alcnn se^o e senza riceTeme da lei; net poema francese Lavinia gli manda un bacio « del qnale Enea mai non seppe il sapore >. Però, nonostante queste differenze, o immediata o mediata, la relazione tra ì due racconti è indiscutibile (1).
Grandi mutamenti con ri sono fino al duello con Turno; anche nella Fiorita l'accordo è rotto dagli amici di costui, ed Enea, mentre tenta di calmare gli animi, è ferito da ona fireccÌB, nel collo però, e non già, come in Vii^Iio, nel ginocchio. Dopo varii casi e nuovi accenni a Lavinia che cerca d'Enea, Turno vergognoso e disperato della fuga de' suoi, decide di riprendere il duello col duce troiano, duello nel quale i tratti de' poemi cavallereschi, per non dire delle Otansons de geste, prendono spesso il disopra sul racconto virgiliano.
Cosi siamo giunti al fine di questo lungo e forse pro- lisso riassunto ed ora possiamo ripetere e sopratutto com- pletare i lisuItatL Àrmannino, compilando i suoi fatti di Enea, ei tenne assai stretto, sopratutto nei primi libri, al- l' £neide latina ; qualche cosa gli vennero fornendo i com-
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urie. I nuD. ITU., deu'zkeidb 119
menti, di Serrio e d' aitili. Dal Libro VII in poi )e traode d'ont fonte francese, già manifeste anche prima, si fauno sempre piti numerose ed evidenti; ma qnesta fonte segae anch'essa ben da Ticino V Eneide, assai più che il Romanzo non faccM, tuan ne dere essere come noa libera traduzione, fatta nello stile delle Chaaaons de gcste. Insomma essa par- rebbe qualche cosa di molto simile a quella compilazione sn Cesare, tradotta da Cesare etesso, da Salloatìo, da Sve- tonìo e da Lncano, di cni parlò il Meyer nel toL XIV della Somania (1), con infedeltà non molto ma^^orì e con ag- giunte ed ampliamenti e abbellimenti del gusto medesimo.
Ma qoi ci si presentano due obbiezioni. In primo lut^o se la fonte francese dì Armannino è cosi vicina al- l'Eiteide, non pnò egli areme attinto anche quello che ci parve provenire direttamente dal poema latino? In secondo luogo è lecito a noi trascurare le traccie qua e là troppo evidenti del Roman d'Eneas, e non fanno esse ona forte opposizione all^ipotesi che abbiamo proposta?
Certo il semplice fatto della grande somiglianza e della strettisàiinia parentela che corre ira molti passi d' Armannino e quelli corrispondenti dì Virgilio, non basta ad assicnrarci dellu dipendenza immediata del primo dal secondo; come neppnr basterebbe l'addurre, e ce ne sono, luoghi tradotti alla lettera. Propensi ad ammettere che la cosa sia ci fa veramente il sapere che l'autore della Fiorita era uomo dotto pel suo tempo, e certo non ignaro del latino; ma anche qui bisogna andar cauti, perché senza dubbio per un uomo d'allora, anche dotto, poteva benissimo tornare assai pib agevole il tradurre dal francese che dal latino, tanto più il latino poetico di Virgilio. Cerchiamo adunque se dall'opera del giudice bolognese possano trarsi argomenti positivi, intemi; non sarà difficile che, se egli ha realmente tradotto o a meglio dire raffazzonato il poema classico, cjnalche frase, qualche costrutto e in special modo qualche errore sìa rimasto ad attestarci il fatto in modo sicuro.
(1) Ìm frtaiiini mtfilaUtia /nmtalit i'kMatH mCHimt, I-M.
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120 E. O. PAXODI
E darrero a tue sembra che degl'indizi ce ne siano < non pochi. I Tersi 140 e 141 del Libro III:
Unquebant dnlds animas aat segni Irahebuit corpora,
paiono aver lasciato traccia di sé nell' armanniniano < gì huomiiii egrotavano e subitamente cadeano morti ganza ri- medio 1 (1), per mezzo appunto di quel latinismo < egrota- Tano » corrispondente ad < aegra », che mal potrebbe pro- venire da un testo francese. Cosi pare i rr. 94 sgg. del Libro I:
0 terqu« qnaterqiie beaU,
quis ante ora patrum Troiae Bub moenibus altis
conti pi oppeterel
parrebbe che dovessero star proprio davanti a chi li rendeva cosi: < 0 quanto si possono tenere beati quegli che morìranc «otto le mura di Troia in presenzia de' loro padri e pa- renti! > (2) Infine, per lasciare molti altri fatti di minori importanza, schiettamente latina è anche la fra-^e Fieguente; < ora non ti tiene Ardea la cittade, anzi se' nella forza dei Troiani > (3), la qaale traduce la minaccia virgiliana dì Fandaro (o secondo Armannìno, che lavora alla le^ta, di Biccia) a Turno rinchiuso nel campo troiano:
Non haec dotalis regìa AniaUie, ne« murìs cohibet putriis media Ardea Turaum (4);
e latina è pnre T altra che accenna alla mìsera morte di Amata: < prese una fune e insù una trave la gittò e con quella allacciandosi el collo, rimase tri^^to incarico dell' alta trave » (5).
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(1) r. iM T. |
{») P. Ili , |
(1) F. in r. |
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(1) .i™. IX, 737-Wl. |
{») r |
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-. ca. Jm. xn, va. |
Diai.zodBjGoOglc
Ktric. I tkju>. iTAL. dsll'eneipe 121
Io credo che le prove da me offerte fin qa! sarebbero gis sufficienti, se non a dare nna certezza assoluta, per